SOLO I DIRITTI UMANI POSSONO SALVARE UOMO, POLITICA E CULTURA

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Il divide et impera attraversa tutta la civiltà e si nutre della mancata comprensione dei diritti dell’uomo.

Qui il video dell’articolo

Di Massimo Franceschini

 

Pubblicato anche su Sfero, Ovidio Network

 

Ormai da anni sto svolgendo una critica allo stato della politica dei nostri tempi, in queste serie di articoli e video entrambe intitolate COSA IMPEDISCE UNA POLITICA ALTERNATIVA.

Contemporaneamente mi sono impegnato in favore della Dichiarazione Universale dei diritti umani, con questo volume ora in fase di revisione, questa serie su ognuno degli articoli della Dichiarazione, che formerà un libro di consultazione per un corso sul tema e questo articolo propositivo per un programma politico.

In questa sezione del blog troverete altri articoli sui diritti umani, sia propositivi, sia analitici, in cui cerco di analizzare le distorsioni relative all’argomento.

Ultimamente sto anche approfondendo la critica al materialismo imperante e sto cercando di argomentare come la concezione che abbiamo del nostro essere abbia importanti ricadute in ordine alla consapevolezza civile e politica; tali argomenti sono per ora trattati qui e qui.

L’obiettivo di tutto il mio lavoro è presto detto, ed è totalmente in linea con l’etica dei diritti umani: conciliare le differenze fra persone, popoli e culture, all’insegna del rispetto della comune dignità di ogni uomo e Nazione.

Onestamente nessuno può pensare di poter perseguire questo obiettivo, con una minima chance di aprire una breccia nel pensiero unico dominante, in mancanza di un serio e organizzato sforzo culturale e politico in grado di denunciare con successo le seguenti questioni:
a; la falsità di ogni concezione e protocollo psico-socio-economico che dalla modernità sta favorendo la medicalizzazione dell’esistenza;
b; l’impossibilità di una vera e responsabile coesione sociale data dall’artefatta alimentazione mediatica di ogni differenza socio-culturale, alimentazione che si concretizza nella sollecitazione di ogni possibile divide et impera;
c; la presunta necessità della servitù monetaria e finanziaria che abbiamo verso le banche.

Nonostante tali macigni, all’origine dei molti divide et impera con cui il potere crede di dover governare, la necessaria traduzione politica della Dichiarazione Universale, seppur parziale e imperfetta, ha dato nell’ultimo secolo un nuovo significato allo “stato di diritto”, prescrivendogli una nuova missione: quella di proteggere ed attuare i diritti dell’uomo, che sono i diritti dei “suoi” cittadini e delle comunità nella loro interezza.

Un perfezionamento nella comprensione e nell’attuazione dei diritti umani farebbe spuntare le armi psico-socio-economiche anzidette, una missione che oggi,  evidentemente, non sembra interessare alcuno.

La novità dei diritti umani ha comunque dato dei frutti che potremmo definire “generali”, realizzati in convenzioni e trattati anche se, evidentemente, non sufficienti a sopperire al vero problema: quello del mancato “reset” culturale, sociale, economico e politico che essi richiedevano.

Questa particolare “revisione” avrebbe dovuto essere favorita da un movimento globale, culturale e politico in grado di sovvertire le fandonie pauperistiche, “inclusiviste” e “fluide” della sinistra, la tendenza autoritaria, securitaria e ipocrita sulla sovranità da regalare a banche, militari e corporazioni globali da parte della destra e il lassismo conservatore e cieco del centro, di volta in volta comodo al pensiero unico dominante del momento.

Scomodi per le ideologie e per i giochi di potere sempre più elitari, troppo progressisti per i conservatori e troppo conservatori per i progressisti, i trenta diritti umani subiscono varie negazioni di legittimità mentre sono assai meno conosciuti di quello che dovrebbero, addirittura misconosciuti e/o criticati da tutto un ambito “libertario” e “separatista” dalla società civile, politicamente ininfluente perché propalatore di antipolitica, intento a parlare di generici “diritti naturali” sui quali non c’è mai stato un accordo politico e culturale di qualche tipo, in grado di favorire la costruzione di qualcosa di civilmente utile.

Per essere veramente in linea con i diritti dell’uomo, il “reset culturale, sociale, economico e politico” di cui parlo dovrebbe anche, finalmente, abbattere tutte le barriere culturali fra la scienza e la spiritualità, fra laici e non, fra tutti gli ambiti che potrebbero e dovrebbero essere consapevoli che la tecno-distopia in formazione non farà sconti a nessuno, sottraendo l’ambito culturale e politico ad ogni input che non sia quello del “calcolo” e del “miraggio tecnocratico”.

A chi potrebbe rispondere che con la modernità si è affermata la primazia della laicità sulla religiosità risponderei concordando, ma anche affermando come laicità non dovrebbe significare “laicismo”, che laicità della politica non dovrebbe significare l’abbandono dell’etica e la considerazione di tutto il pensiero dell’uomo.

D’altro canto, a quanti dal lato della spiritualità o della religione parlano continuamente di una lotta fra bene e male avanzando sghembe pretese di ingerenza sulla politica, giustificate da un’imminente visione apocalittica, farei questo ammonimento: la vera lotta non è fra bene e male, una dicotomia che si presta all’ideologia, ad etichette che hanno il solo risultato di fomentare il divide et impera, di far crescere idee rozze e piene di quell’arroganza che non vede altro da sé, che in fondo non potrà mai esser altro da quel che crede di dover mostrare.

La verità che dovremmo praticare credo sia la seguente: il mondo non è fatto di assoluti, di bianchi e neri inaccessibili fra loro, ma di visioni ed azioni che devono tendere ad un ideale quanto più possibile coerente con la ragione comune, capace di conciliare i diversi sistemi di pensiero dell’uomo.

La vera lotta è quindi fra cinismo e speranza.

Per chi ha una qualche fede, il cinismo dovrebbe essere implicito nel considerarci solo un piccolo pezzetto del creato, solo carne e mortali.

Per i materialisti, il cinismo dovrebbe essere quello di pensare che l’uomo non possa comunque convivere in pace, un cinismo che investirebbe la politica, proprio come sta accadendo oggi.

Per chi crede nella trascendenza, la speranza dovrebbe trovare la sua strada nella determinazione alla ricerca spirituale, per “ritornare” alla consapevolezza della realtà sul nostro essere prima dell’amnesia dovuta alla dimensione materiale, come argomentavo in questo articolo citato anche prima, senza per questo denigrare o non considerare fratelli quei materialisti comunque “umanisticamente etici”.

Per entrambi, in ogni caso, la speranza dovrebbe consistere nel credere e nell’operare affinché si riesca tutti a convivere in pace, smascherando le finzioni sociali, culturali, economiche e politiche del presente.

Di queste ne abbiamo una gran varietà, come quella di esser così “evoluti” da credere di doverci far governare dalle macchine, una credenza che può essere sfatata solo da un’opportuna prassi politica di liberazione, personale e collettiva, che potrebbe emergere solo da una corretta comprensione ed attuazione politica dei trenta diritti dell’uomo.

 

6 maggio 2024
fonte immagine: DeviantArt

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