LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO

fonte immagine: Pixnio

 

Un film che ci rivela come solo la filosofia può salvare la nostra civiltà

 

Sono troppo intelligente per avere successo”, detta alla fidanzata che lo considera uno sfigato e lo sta lasciando e “Devo tentare la fortuna e la fortuna è collegata alla felicità… è scritto nell’etica di Aristotele”, sono due delle tante frasi che danno al film di Denys Arcand un carattere tutto suo, che va oltre a quello che la critica definisce anche “polar”, poliziesco-noir.

Un film che ha molti piani di lettura che vanno dalla fotografia sociale degli “ultimi”, i senza tetto e gli estremamente poveri, ai “primi” che viaggiano negli spazi siderali della finanza.

Il film è in buona sostanza un thriller-commedia con molta satira sociale in cui il protagonista, fattorino ma dottorato in filosofia, la fa da padrone nonostante tutto, proprio grazie alle sue illuminazioni filosofiche che lo rendono capace di scelte improvvise e apparentemente improvvide, ma che alla fine troveranno la loro “giustificazione”.

È proprio la filosofia a dare equilibrio alla storia che sembra sia vera, anche se non è dato sapere quanto, è la filosofia che “permette” al “debole” e infelice ma consapevole protagonista di compiere tutte le scelte che si riveleranno necessarie, incluse quelle che lo porteranno ad incontrare due personaggi fondamentali per la riuscita del suo progetto, e del film: una splendida escort dalla bellezza disarmante e un ex detenuto, eticamente all’antica ma aggiornatosi finanziariamente durante il periodo di custodia.

È ancora la filosofia a dare carattere al protagonista, quando risponde alla escort-fidanzata che lo metteva in guardia sulla sua superficialità: “Ho un dottorato in filosofia, alla profondità ci penso io”.

Dopo averci sapientemente illustrato il declino della nostra civiltà, intellettuale, di rapporti sociali, di costume, un crepuscolo fatto di perbenismo e disillusione con “Il declino dell’impero americano” e con l’Oscar “Le invasioni barbariche”, è con questo film sulla pazzia indotta dal denaro e della finanza che l’autore sembra chiudere il cerchio sulla nostra epoca malata.

Quel denaro che il protagonista si trova a “dover” prendere, lo stesso denaro che “…ha distrutto gli Stati Uniti!”, oppure quello che viaggia sulle ali della finanza, purtroppo mai veramente denunciata nelle sue vere conseguenze da media e politica.

La finanza globale, ben superiore alla politica, agisce in una dimensione eterea ed extraterritoriale assai ben esposta nel film, una dimensione le cui ripercussioni vediamo nella miseria di tutti i giorni, sulle facce dei senzatetto che il protagonista, sempre armato della sua filosofia, aiuta come volontario nel tempo libero.

La critica non ha osannato il film, anche se non manca certo la piena sufficienza: sicuramente non è un’opera “convenzionalmente profonda”, di quelle che prendono lo spettatore allo stomaco ma, forse proprio per questo, credo capace di far capire l’assurdità del presente e le vere questioni che media e politica cercano continuamente di eludere.

Un tipo di cinema che adoro, capace di coniugare alla grande impegno, ritmo e sorriso, quel sorriso comunque assente dai volti dignitosi degli “ultimi” con cui il regista cala il sipario della nostra epoca.

 

Massimo Franceschini, 26 aprile 2019

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