SCOPRIAMO LA LIBERTÀ DELLO SPIRITO: PUÒ SALVARCI DALLA TECNO-DISTOPIA

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Anche le contraddizioni della spiritualità e del mondo religioso favoriscono l’antipolitica tecnocratica.

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Di Massimo Franceschini

 

Pubblicato anche su Sfero e Ovidio Network

 

Le domande relative alla natura, all’origine e alla sostanza dell’uomo e della realtà, sono da sempre le domande della filosofia.

In queste direzioni il pensiero dell’uomo ha cercato di dare risposta in vari modi e a vari livelli, giungendo persino a concezioni “moderne”, per niente nuove in effetti, che in sostanza negano la trascendenza, anzi, qualsiasi trascendenza: l’uomo, il mondo delle idee, la realtà e l’intero universo sarebbero in sostanza parti costituenti una stessa dimensione.

Oltre a questo, secondo alcune teorie l’universo sarebbe addirittura sempre esistito e l’eventuale big bang potrebbe essere solo una tappa della sua evoluzione.

Quindi, senza che oggi vi sia una teoria più o meno riconosciuta in merito a tutte le questioni più importanti di ordine fisico e metafisico, sembrano emergere due assunti dati come generalmente/implicitamente condivisi: noi vivremmo in questa dimensione fatta di materia, energia, spazio e tempo – una dimensione che non avrebbe necessità di un “creatore”, cioè di un ente volitivo, trascendente questa realtà, completamente autodeterminato e in grado per sua natura di creare dal nulla vari tipi di dimensioni –, e questa dimensione non avrebbe un inizio.

Ora, a me questi due assunti paiono assai problematici da sostenere, ma sarà sicuramente un mio limite dovuto al fatto di essere sostanzialmente un autodidatta, anche se assai consapevole delle mie lacune: ciò che mi autorizza a parlare di queste cose, come per tutto il resto che scrivo, è la constatazione del fatto che su molte questioni mi sembra di avere una posizione abbastanza originale e comunque capace di sostenere una critica comprensibile ed efficace al pensiero unico dominante di matrice materialista e scientista.

Detto questo e tornando al tema principale: a ben vedere e incredibilmente, le teorie che ho cercato di sintetizzare dotano l’universo materiale di una potenziale eternità e della caratterista di “non avere una causa” alla sua origine, concetti finora appartenenti alla divinità e più in generale al regno dello spirito, confermando così le mie forti perplessità in merito.

Usando un’accezione spregiativa del termine, si potrebbe pensare che alcuni fisici materialisti abbiano voluto istituire una sorta di religione!

Sia come sia, secondo il materialismo niente, e quando dico niente intendo ovviamente anche il pensiero e tutto ciò che si può intendere con “spirito”, niente sarebbe al di fuori della realtà materiale, niente preesisterebbe ad essa, tutto sarebbe spiegabile entro i parametri di materia, energia, spazio, tempo, per quanto “probabilistici” e “caotici” possano intimamente e quantisticamente risultare.

Subito una prima riflessione di ordine culturale e politico: ciò che nessuno sembra avvertire è quanto tale concezione “iperdemocratica” sia totalizzante, dato che tende necessariamente ad una interpretazione materialistica e univoca dell’uomo, della sua essenza e del suo pensiero.

Inevitabilmente, come possiamo vedere proprio di questi tempi, tali concezioni ci stanno già chiedendo il conto con la tendenza, che diventa ovviamente politica, ad assoggettare il nostro pensiero e le nostre azioni alla presunta imparzialità e inevitabilità del calcolo.

In questa esatta maniera, l’uomo dei nostri tempi si sta riducendo ad un ente che ritiene la sua essenza puramente materiale e che considera di potersi/doversi sottomettere alla “razionalità” del calcolo, ovviamente “per il suo bene”!

Infatti, e con tutta evidenza, oggi la democrazia è solo una parvenza, anche se forse non siamo in quella che si può definire una dittatura classica, visto che il potere è globale e ristretto ad oligarchie sia conosciute, sia meno evidenti, che occupano comunque le istituzioni ormai ex-democratiche.

Forse ancora nessuno ha definito correttamente e “scientificamente” la forma di potere dei nostri tempi – io parlo di un cocktail fra oligarchie finanziarie e corporative, logge più o meno occulte e stati profondi, una formula che può variare da paese a paese e da momento a momento.

Abbiamo però una forma di totalitarismo che è comunque culturale, incentrato su materialismo e tecnica, che sta ponendo le basi per la tecno-distopia a carattere transumano-post-umano già in formazione.

La “nuova civiltà” che stiamo costruendo, a meno di un vero sforzo ecumenico, culturale e politico di risveglio, vedrà il concetto di spirito soccombere ai miraggi dell’algoritmo quantistico, un controllo sopraffino della mente che ridurrà l’uomo a una stupida entità bio-sintetica ignara della trascendenza, quindi incapace di pensare oltre ciò che crederà di poter vedere.

Ciò che non sembra ancora ben chiaro a molti, è quanto tali orientamenti annullino la necessità dei diritti umani, della dignità e della possibile libertà responsabile da questi auspicata e favorita.

Nessuno sembra prendere in seria considerazione l’enorme, drammatica portata delle necessità della cultura, della politica e del diritto dei nostri tempi per preservare la libertà di pensiero, un carico di responsabilità che oggi appare evidentemente troppo grande per chiunque; quindi male abbiamo fatto a cedere all’antipolitica degli ultimi decenni e a non istituire pienamente e difendere consapevolmente un vero Stato di diritto, come sarebbe stato necessario. Ma ora torniamo a noi.

Stabilito che le domande della filosofia risultano di fatto le più importanti in ogni direzione si intenda ragionare ed agire a livello personale, sociale e civile, stabilito che, come argomentavo anche nel precedente articolo (Dal materialismo imperante la narrazione della distopia incombente) il materialismo porta inevitabilmente a direzioni che favoriscono una tecno-distopia, occorre cercare di capire le eventuali carenze/problematiche di quelli che per formazione, almeno in linea teorica, dovrebbero tendere ad un ridimensionamento culturale del materialismo e ad ottenere un freno di ordine bioetico alle sue più inquietanti prospettive.

Penso che l’esistenza di tali carenze/problematiche sia del tutto evidente, osservando come praticamente nessuno oggi affronti di petto il materialismo per quel che è: i tradizionalisti delle Chiese storiche aspettano l’avverarsi di un disegno divino, mentre gli “spiritualisti” della nostra epoca, spesso antireligiosi e comunque sostanzialmente disinteressati al dominio materialista, sembrano accontentarsi delle superficiali teorie che descrivono la realtà materiale come originata dal pensiero di ognuno di noi, oltre alla presunta esistenza di infinite dimensioni parallele, come se le persone non siano fondamentalmente d’accordo di vivere in questa realtà e ognuno pensi di essere in una sua particolare dimensione mentale.

Sia come sia entrambi gli schieramenti, apparentemente insensibili al materialismo totalizzante dei nostri tempi, continuano a coltivare il sempreverde e drammatico divide et impera ideologico e confessionale, come se i diritti umani non avessero delegittimato divisioni e barriere intellettuali e spirituali con quelle libertà di pensiero e di religione che avrebbero dovuto essere univocamente e positivamente accolte per quel che sono: fondamentali e dignitosi riconoscimenti a quella tensione che l’uomo ha sempre avuto alla conoscenza più ampia possibile, materiale, filosofica e spiritual-religiosa.

Credo quindi che le problematiche del mondo della spiritualità e della religione siano generalmente di ordine “concettuale” e credo che vadano a comporre un quadro assai deprimente: per il mondo della spiritualità, che avversa la necessità di percorsi religiosi più “strutturati”, abbiamo il sostanziale rifiuto della trascendenza, come cercavo di spiegare nel precedente articolo, mentre per il mondo religioso abbiamo il mancato ecumenismo, dato dal timore del sincretismo, questione assai diversa dallo spirito ecumenico.

Questa paura e incapacità di affrontare il sincretismo, impedisce alle religioni storiche di unirsi pragmaticamente per opporsi alla tecno-distopia. Di questo particolare aspetto parlavo già qui e qui.

A questo punto, se vogliamo fare un passettino in più verso la comprensione, cosa che dovrebbe essere sempre alla base di qualsiasi cambiamento, credo sia utile ripartire da un passaggio del precedente articolo, in cui svolgevo una critica al materialismo imperante e producevo un tentativo di chiarire questioni e rapporti fra enti diversi, a mio parere oggi assai confusi:

«[…] il prefisso materialista degrada il pensiero dell’uomo a calcolo ed eleva il calcolo dell’elettronica a pensiero, in un drammatico feedback.
[…] nonostante l’evidenza del fatto che il pensiero dell’uomo sia un ente completamente “altro” e trascendente, anche se incarnato, rispetto a qualsiasi altra cosa presente in natura, anche di ordine biologico, il materialismo prosegue imperterrito con il quasi totale supporto delle neuro-“scienze”, nello sforzo “psicotico” di ridurre tutto a materia/energia.
Anche la moderna “spiritualità olistica”, evidentemente imbevuta del lessico e dell’atteggiamento scientista, si concentra sull’energia della vita trattandola sostanzialmente come si stesse parlando di energia elettrica o di installare/disinstallare programmi informatici, “dimenticando” che la vita è fondamentalmente pensiero, anche se incarnato nella materia biologica, determinata quindi dai vari livelli e regole del pensiero stesso.
La sostanziale riduzione del pensiero a software nasconde il fatto che, al contrario, è proprio l’elettronica ad imitare il pensiero, superandolo facilmente nel calcolo, ma impossibilitata a sviluppare altro che non sia calcolo, checché ne dicano gli scientisti/materialisti che “predicano” l’avvento della “singolarità”.
Questo perché gli algoritmi capaci di “autoapprendere”, dietro nostre istruzioni, sono comunque mancanti di un’entità autonoma e ordinatrice della realtà, che potremmo chiamare “spirito”, che non sia quella esterna dell’uomo che la crea: non possono quindi fare altro che presentarci calcoli su calcoli, mentre noi, traviati dalla propaganda scientista/materialista, sembriamo sempre più interessati a definirci come insignificanti, “democratici” ed “egualitari” mattoncini della dimensione materiale.

[…] Ovviamente, visto che il pensiero è l’unico agente creativo delle dimensioni e delle idee, anche del proprio universo di considerazioni, se arriva a credere di essere parte integrante della realtà materiale e di essere completamente determinato da questa, così per lui sarà e lo sarà anche per la sua cultura».

A proposito delle neuroscienze vorrei qui dire un’altra cosa: l’evidenza della forzatura nel loro approccio la vediamo proprio nel momento in cui molti loro esponenti cercano in larga parte di interpretare solo biochimicamente, o negare del tutto le NDE e le OBE, esperienze di “premorte” e visioni fuori dal corpo, mentre ormai da decenni vari progetti di ricerca negli ospedali, come il più famoso di tutti chiamato AWARE, sono assai più “aperturisti” sul fatto che l’essere sia cosciente fuori del suo corpo, come da sempre abbiamo notizie in merito.

Data la presente impostazione, la questione centrale appare quindi, inevitabilmente, la seguente: se lo spirito è la nostra reale essenza, se siamo “esseri spirituali”, come affermavo anche qui, e in quanto tali capaci di creare altre dimensioni dalla nostra originaria, la ricerca spirituale dovrebbe tendere ad una comprensione della nostra vera natura e del nostro “funzionamento”, incluso il fatto che siamo senza ombra di dubbio “costituzionalmente” capaci di creare.

A questa comprensione si legherebbe ovviamente la ragione alla base delle nostre creazioni e del loro funzionamento.

Un’altra direzione di indagine, parimenti importante, avrebbe come necessario obiettivo quello di comprendere il motivo e le modalità della dimenticanza che evidentemente abbiamo circa la nostra natura e il nostro potere creativo, dimenticanza che è all’origine dell’incertezza e delle dispute sulla nostra reale natura e condizione.

Tale profonda amnesia ed il conseguente smarrimento, vanno certamente a comporre il quadro mentale, emotivo e spirituale da cui scaturisce il male di cui l’uomo è capace verso se stesso ed i suoi simili.

A questi due campi di indagine se ne collega necessariamente un altro, riguardante la mente, un aspetto da sempre di cruciale importanza in quanto pertinente a quella parte psico-biologica dell’uomo necessaria alla sua connessione con il corpo. Riguardo a tale ente, ho già proposto questa pragmatica definizione.

Visto che nella parte della mente di cui siamo coscienti abbiamo dati ed episodi raggiungibili abbastanza facilmente, episodi che arrivano fino ad un determinato livello di dolore, ma sempre prima dell’incoscienza parziale o totale, è del tutto probabile che nella parte meno accessibile della mente si depositino quei dati e quegli episodi più dolorosi e violenti, e che tutto il suo contenuto sia fondamento delle meccaniche di occultamento alla coscienza e alla memoria, meccanismi necessariamente automatici e non facilmente accessibili all’essere spirituale che ne è proprietario e in grado di confondere anche le sue capacità intellettuali e spirituali.

È quindi probabile che nella parte più profonda e nascosta della mente vi siano quelle “ragioni” di cui normalmente non siamo consapevoli, ma che hanno proprio a che fare con la “dimenticanza spirituale”, con la “giustificazione” di tale dimenticanza e, più in generale, con ogni tipo di confusione in merito al nostro essere, inclusa la perdita di molte prerogative in ordine alla creazione, che evidentemente non pensiamo più di avere.

Come si può ben vedere, questo enorme campo di ricerca avrebbe bisogno di una forte libertà, comunicazione e riconoscimento paritario fra ambiti non solo scientifici, ma anche filosofici e religiosi, per evitare di correre il rischio totalitaristico di cui parlavo prima.

Purtroppo, coerentemente con il materialismo imperante, il campo di studio della mente è “occupato” da quelle che chiamo psico-“scienze” e che sin dall’inizio hanno ben pensato di trasformare la “psico-logia”, che vuol dire studio dello spirito, in un clamoroso riduzionismo in cui è ammesso solo lo studio del cervello e del comportamento, con una fortissima propensione alla medicalizzazione dell’esistenza, alla discriminazione e all’annullamento della dignità dei cosiddetti “malati mentali”, come la storia dell’antipsichiatria insegna e denuncia da sempre: questo è stato possibile data l’affermazione storica di uno scientismo materialista che pretende di trarre conclusioni solo da laboratori e da speculazioni che partono necessariamente dall’aspetto materiale, ma che restringono l’essere, in modo improprio, solo a questa dimensione.

Con questa restrizione analitica del pensiero, le psico/neuro-“scienze” sono fatalmente diventate il perfetto cane da guardia violento e laicista della tecnocrazia.

Capite bene che tali questioni interessano da sempre religione e filosofia, intersecando di fatto anche la politica, come ho anche cercato qui di esporre, oltre che nel precedente articolo e ancor prima qui e qui.

Tornando all’aspetto spiritual-religioso, a questo punto possiamo sintetizzare la composizione di tale ambito con un criterio molto generale, ma utile ai nostri scopi, in 3 macro differenziazioni; tali concezioni sono comunque assai “comunicanti” e/o permeabili fra loro da un punto di vista storico, anche se spesso e purtroppo, come dicevo, difficilmente propense ad un’auspicabile ecumenismo, prediligendo spesso la violenza e la delegittimazione:

a: la concezione che tutto derivi da un ente supremo e trascendente che avrebbe creato tutto, sia l’universo materiale, sia le anime degli uomini;

b: una concezione soprattutto interessata a perseguire una filosofia di totale benessere ed equilibrio fra l’energia della vita e quella dell’universo fisico, considerate sostanzialmente come componenti di una stessa dimensione;

c: una visione in cui ogni uomo è sostanzialmente un essere spirituale appartenente alla dimensione divina che gli è propria, una dimensione trascendente creatrice delle altre dimensioni che avrebbe per qualche motivo dimenticato e di cui potrebbe e dovrebbe riconquistare piena consapevolezza mentale, intellettuale e spirituale; pur riconoscendo la trascendenza dello spirito e la sua conseguente abilità nella creazione delle dimensioni, tale concezione tende a non avere un dogma su ciò che altri percorsi chiamano Dio, pur rispettando le loro conclusioni e la loro esistenza.

Questa visione appare fiduciosa che la riconquista della piena consapevolezza spirituale possa svelare ciò che da un livello di “osservazione” troppo “immerso” nella dimensione materiale considera di non poter pienamente raggiungere.

Personalmente mi sento maggiormente in linea con questa terza visione, seppur minoritaria, in quanto non posso considerare che lo “spirito” o l’“anima” possano essere “creati”, al pari di qualsiasi oggetto o dimensione materiale.

Tantomeno posso concordare con qualsiasi concezione tenda a dividere gli uomini in “gerarchie spirituali” e/o fra quelli che avrebbero un’anima e altri che non l’avrebbero.

A ben vedere, il terzo approccio appare assai necessario in questi tempi di dilagante antireligiosità, oltre a fornire ulteriori fondamenta filosofiche all’esigenza e all’esistenza della religione e della filosofia religiosa, quali tensioni alla ricerca, alla riscoperta e alla contemplazione del divino che è in noi, ambiti senza i quali si ritiene che la cultura dell’uomo e la sua libertà intellettuale e spirituale siano mancanti di una sfera importante, e per questo impedite nella ricerca di una vera comprensione dell’essere e della realtà.

Tale visione mi sembra quindi la più aperta culturalmente a tutte le altre, oltre che alle conquiste intellettuali, scientifiche e tecnologiche dell’uomo, ma in modo bioeticamente e quanto mai opportunamente onesto: ben vengano quindi tutte le vere conoscenze possibili, a patto che a tali conseguimenti non sia politicamente permesso di forzare la natura dell’uomo, del suo pensiero e della realtà stessa, come troppo spesso oggi accade e come sembra accadrà sempre più in modo profondo, data la distopia tecnocratica in veloce formazione.

Per concludere: l’osservazione ci dice che solo la vita è in grado di creare e costruire in base alla necessità, anche a livelli biologici poco complessi, e che solo l’uomo in quanto essere vivente, ma insieme spirituale, è in grado di pensiero astratto e creativo, di essere cosciente di sé e di creare a dei livelli tali da suggerire come il suo essere, il suo pensiero e la sua consapevolezza appartengano ad una dimensione altra da quella materiale.

Se la dimensione creatrice è quella dello spirito, che quindi ci appartiene in quanto ne siamo “costituenti”, lasciamo che attraverso il nostro essere creativo si possa mantenere quella libertà di pensiero che ci permetterà di riannodare i fili della nostra stessa creazione, che forse abbiamo occultato da qualche “parte” per ragioni che, con tutta evidenza, la storia del pensiero non sembra ancora aver inquadrato correttamente.

 

19 aprile 2024
fonte immagine: Flickr
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