I DIRITTI UMANI E LO STATO DELLA CIVILTÀ Articolo 24. Riposo e svago impossibili senza vero lavoro

il mio libro, un programma politico ispirato ai Diritti Umani

 

Stiamo accettando da troppo tempo un mondo del lavoro a misura delle corporazioni

 

Ciao, eccoci a commentare il prossimo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che sviluppa il quadro dei diritti collegati al punto precedente, commentato a sua volta qui.

L’insieme dei diritti di cui ci stiamo occupando in questi ultimi articoli fanno parte dei cosiddetti “diritti sociali”, che iniziano dal numero 22 di cui mi sono occupato qui. Vediamo il testo del diritto in questione.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Credo che l’importanza di questo articolo sia del tutto sottostimata.

Possiamo infatti osservare che il peggioramento delle condizioni di lavoro e la mancanza dello stesso potrebbero far sembrare l’articolo stesso un “accessorio”.

Pur di lavorare siamo in realtà sempre più disposti a cedere tempo e diritti oppure ad avere più tempo, data la precarietà del lavoro stesso, un tempo che però è stressante e inefficace per un vero riposo o per coltivare dei veri interessi.

Proprio da questo articolo capiamo perciò quanto il mondo del lavoro sia lontano dal minimo accettabile, da ciò che sarebbe possibile se le economie delle nazioni fossero gestite in maniera “sana” e razionale e non soggette ai voleri della finanza speculativa, da troppi anni molto più produttiva della reale creazione di beni e servizi.

Una sempre più ristretta cerchia di persone e corporazioni ricava utili dalla finanza, dalla sottomissione bancaria e monetaria delle nazioni, dalla globalizzazione dei commerci.

La politica attuata dalle moderne classi di governo, per vari motivi sempre più lontane dagli interessi delle rispettive società civili, sembra sempre più incurante del lavoro dei propri cittadini, a cui si propinano false teorie economiche di “competitività”, di tagli alla spesa pubblica, di austerità, di terrore per il “debito pubblico”, quando il vero problema è il fatto che i debiti pubblici sono per una parte rilevante in mano alla finanza e non agli Stati, oggi sempre meno sovrani.

Si cerca inoltre di far dimenticare la sostanziale differenza fra l’oggi e le condizioni monetarie e finanziarie dei periodi di grande sviluppo del passato.

Le persone sono così portate a non vedere, od a sottostimare, le ripercussioni della perdita di controllo della finanza, della moneta e della banca centrale del loro Paese.

Non capiscono che, di fatto, le economie e le risorse dei singoli Stati sono al servizio delle corporazioni private e della finanza.

Si impedisce così alle nazioni di formare e condurre le rispettive economie nelle direzioni e nelle dimensioni adatte alle proprie cittadinanze ed alle regioni geografiche e culturali di appartenenza.

Si impedisce inoltre una sana collaborazione fra paesi limitrofi, per assoggettare l’intero mondo produttivo in un’insensata rincorsa al commercio globale che avvantaggia solo le grandi corporazione e che, inoltre, determina un crescente inquinamento ed erosione delle ricchezze planetarie.

Ci sarebbe qualcosa da dire anche riguardo allo “svago”: può certamente essere passatempo, divertimento o distrazione, ma può anche essere impegno in attività creative, costruttive o “migliorative” per il proprio essere, ambiente o comunità, attività cioè più in sintonia con la singola personalità del lavoratore.

Non possiamo non constatare il decadimento culturale dato da scuole pubbliche trascurate, in cui si omettono alcuni passi necessari alla completa proprietà di linguaggio e della scrittura: scuole in cui si abbandona il metodo alfabetico e messe in mano a protocolli di test ed a concetti sull’apprendimento di origine psicologica caratterizzate da un apprendimento meccanico, funzionale alla precarietà del sapere e del lavoro.

Ciò determina il decadimento della qualità dell’insegnamento e la conseguente involuzione della sfera culturale e creativa delle persone, sempre più soggette ad essere “intrattenute” in maniera non creativa dall’industria dello “spettacolo” e del “virtuale”.

Un uso della tecnologia per fini di controllo, intrattenimento e distrazione, resa possibile anche dalla complicità del sistema mediatico che decanta continuamente le nuove applicazioni della “scienza”.

Per quanto sin qui visto possiamo vedere come anche questo articolo ci mostri, con tutta evidenza, quanto ci sia da fare per costruire/ricostruire un mondo a misura d’uomo e delle sane economie produttive al servizio dei rispettivi Paesi.

È un impegno che spetta ad una nuova politica, tutta da costruire, ispirata esclusivamente ai Diritti Umani.

 

Massimo Franceschini, 9 aprile 2019

 

Questo il bellissimo video relativo all’Art. 24 dell’associazione no-profit: “Gioventù per i Diritti Umani

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