I DIRITTI UMANI E LO STATO DELLA CIVILTÀ Articolo 23. Lavoro e salario sono di nuovo da conquistare

il mio libro, un programma politico ispirato ai Diritti Umani

 

La libertà dell’Uomo passa da un mondo del lavoro a sua misura

 

Ciao, eccoci a commentare il prossimo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che sviluppa uno degli aspetti contenuti nel precedente articolo, più generale, a sua volta commentato qui.

Articolo 23

  1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
  2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
  3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
  4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Credo di poter subito affermare che il punto 2 si presta a ben poche riflessioni: la sua non attuazione dovrebbe essere combattuta, anche nel nostro Occidente “evoluto” che mostra ancora troppo spesso una forte disparità retributiva fra uomo e donna.

Il punto 4 relativo ai sindacati ci porta, a ben vedere e se vogliamo un’analisi realistica e vicina alla realtà dei problemi, direttamente anche ai punti 1 e 3.

Non credo sia in questione il diritto all’esistenza dei sindacati o di iscriversi ad essi, quanto la loro effettiva missione: la drammatica perdita di lavoro, diritti e retribuzioni mostra con chiarezza quanto i sindacati ed i partiti di “riferimento” non si siano battuti come dovevano per evitare il collasso economico degli ultimi 30 anni.

Basta leggere l’articolo in questione e confrontarlo con la realtà, per capire la gravità del fatto che i sindacati politicizzati dell’Occidente e con loro la maggior parte della politica, “sinistra” compresa, non abbiano difeso il lavoro in ogni suo aspetto.

Oltre a ciò, e più precisamente, dobbiamo annotare che politica, sindacati e sistema dell’informazione non hanno spiegato adeguatamente i passaggi che hanno portato i Paesi Occidentali alla perdita dei diritti in questione e delle sovranità per lo stesso Stato di diritto.

Non si è raccontata la nuova supremazia sulla politica e sulle costituzioni da parte del sistema finanziario globale e delle Banche Centrali, di fatto proprietà di quelle private.

Un sistema di logge e corporazioni private ha potuto così disporre delle monete e delle risorse, cioè delle sorti degli stessi sistemi economici, senza che le società civili e produttive abbiano avuto modo di riflettere, di capire, di prevedere cosa sarebbe accaduto.

Il PIL mondiale delle transazioni finanziarie, enormemente più grande di quello relativo alla produzione di beni e servizi, mostra con tutta evidenza la complicità del sistema politico-sindacale per le grandi trasformazioni che hanno impoverito i soggetti produttivi e consegnato le economie in mano di corporazioni e lobby di interessi privati che, per mezzo della finanza, sfruttano il lavoro dei più e gli stessi Stati, sempre meno sovrani.

A mio parere, e per tutto ciò, prendersela genericamente con la “globalizzazione” e con l’automazione non regge, ben altre sono le responsabilità della politica e del mondo sindacale.

La parabola più recente dell’Occidente, in particolar modo dell’Italia, è perciò breve da descrivere: negli ultimi decenni la classe politica e la politica stessa hanno perso sempre più credibilità e onorabilità, con la giustificazione di una corruzione reale ma astutamente enfatizzata e raccontata solo nei suoi aspetti più “spiccioli” e “cronachistici”.

Un sistema mediatico di fatto compiacente con la grande finanza e le logge che la governano ha contribuito così alla narrazione delegittimante della politica, che ha favorito da una parte l’ascesa di forze politiche “populiste”, dall’altra la “soluzione” di dover ricorrere ai “tecnici”.

Una ristretta cerchia di persone appartenenti a circoli finanziari e bancari privati, quindi con enormi conflitti di interesse, sono stati così elevati al rango di “semidei”: gli unici in grado di gestire oculatamente le economie globali al contrario di una politica “per sua stessa natura” corrotta e spendacciona.

Ecco allora la BCE e la UE, ben altra cosa dai pretesi ideali di pace, concordia e sviluppo.

Un’ulteriore prova della complicità del sistema informativo l’abbiamo osservando la sua improvvisa dedizione, a partire dai primi anni 90, verso un giustizialismo strillato, con cui si è estromessa un’intera classe politica.

La “fine della politica” ha dunque avvantaggiato centri di potere privati, mentre si istituivano tutta una serie di nuove parole d’ordine, di stampo populistico, tendenti a demonizzare la politica tout court e lo Stato di diritto: lo scopo era quello di far entrare nella testa della gente che il “privato” sarebbe stato assai preferibile, in ogni ambito, per ogni sistema.

Si è quindi instillata l’idea che solo delle autorità rese più indipendenti dalla politica, come ad esempio le Banche Centrali, già in buona sostanza private, fossero le uniche veramente legittimate e capaci di governare il complesso mondo globale.

Dall’emissione monetaria da sottrarre definitivamente agli Stati, ai sistemi bancari, dalla scuola ai servizi di ogni genere, si è così avviata un’enorme fase di privatizzazione per ogni settore, lasciando la grande maggioranza delle popolazioni in balia di economie non governate e, nel migliore dei casi, con assai poco dignitosi sistemi di assistenza ben lontani dalla lettera dell’articolo in questione.

A ben vedere tutto ciò è contrario ai Diritti dell’Uomo, allo spirito delle costituzioni ed alla funzione regolatrice e ordinatrice dell’economia da parte della comunità, che solo il moderno Stato di diritto può garantire.

Un’ultima riflessione dovrebbe riguardare la “libera scelta dell’impiego” del punto 1, ci porta necessariamente a ripensare i criteri della scuola e, più precisamente, della supremazia che si sta dando alla “tecnica” ed al tecnicismo rispetto ad ogni altro ambito del pensiero e dell’istruzione.

Restringere gli spazi della cultura umanistica e filosofica e dirottare il rapporto allievo-insegnante su un binario burocratico di test, di ragionieristici debiti/crediti e di concetti di stampo psicologico non ha niente a che fare con lo sviluppo armonico dell’individuo, dei suoi talenti e del necessario senso critico: sembra piuttosto un sistema funzionale alla creazione di robot umani capaci di “competenze” ma senza un adeguato “pensiero”, addirittura inferiori alle più apparentemente sicure e docili intelligenze artificiali in arrivo in ogni dove.

Per tutto ciò, credo sia assolutamente necessaria una nuova fase politico-culturale in cui le società civili e produttive rifondino la politica, l’economia e lo Stato di diritto, per ordinare la convivenza civile in base a quei criteri universali che dal 1948 in poi sono stati affermati e riconosciuti come i più largamente desiderabili: i soli ideali capaci di costruire un mondo di società ordinate al loro interno e non soggette a domini occulti volti ad esportare caos e conflitti di vario tipo.

Solo così potremo costruire delle economie a misura d’uomo in cui non vi sia la necessita di avere “disoccupazione strutturale”, contratti di lavoro precari, paghe e pensioni non degne di Paesi civili.

 

Massimo Franceschini, 21 febbraio 2019

Questo il bellissimo video relativo all’Art. 23 dell’associazione no-profit: “Gioventù per i Diritti Umani

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