MISTIFICAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, FINE DELLA DEMOCRAZIA

il mio libro, un programma politico ispirato ai Diritti Umani

 

Urge una nuova consapevolezza collettiva

 

L’editoriale del giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese sul Corriere della Sera del 15 aprile, relativo all’intervento armato in Siria del giorno prima intitolato “Due buone ragioni”, mi lascia allibito.

Non tiene conto della storia recente che mostra la falsità e le forzature nei presupposti su cui si sono basati tutti gli interventi militari occidentali: tale fallacia argomentativa è ben presente anche per l’intervento sulla Siria ed evidenziata dall’informazione alternativa, da testimoni sul campo, da giornalisti, analisti, politici, uomini di cultura ed intellettuali, evidentemente più liberi di altri e meno soggiogati dal sistema mediatico mainstream.

Le allucinanti giustificazioni date all’intervento sono l’ennesima prova della necessità di una totale evoluzione della coscienza della società civile, affinché determini una vera riforma della politica, una vera restaurazione della democrazia in ciò che avrebbe dovuto essere: un sistema in cui l’elettorato avesse un’ottima formazione intellettuale di base, data da una scuola pubblica efficiente e guidata da una “cultura olistica” non soggetta a pressioni culturali e politiche “di parte”.

Oltre a ciò, una vera democrazia necessita di media pubblici al servizio della Repubblica e del cittadino: un sistema mediatico molto diverso dall’attuale, ora in mano a pochi centri di potere mondiali privati e ad una politica assoggettata a questi.

Una vera democrazia dovrebbe pretendere che il cittadino sia libero di creare o appoggiare soggetti politici veramente democratici, trasparenti e non subalterni a vari centri di potere, lobby e logge private, oltretutto transnazionali.

Andiamo con ordine. L’editoriale del Cassese inizia ponendo le giuste domande: “A quale titolo le forze armate degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia hanno attaccato, per di più senza una formale dichiarazione di guerra, la Siria? Quei tre Paesi sono i ‘poliziotti del mondo’? Fanno valere le ragioni della forza o quelle del diritto, o quelle dell’Occidente nei confronti con l’Oriente?

Segue una breve storia che definirei “di parte” sulla “repressione delle opposizioni interne da parte del governo siriano”, e continua con una visione che, di fatto, non tiene alcun conto della democrazia e del sentire della società civile, pur così ammesso: “Il meccanismo di prevenzione e gestione delle crisi internazionali, più volte utilizzato, non sempre con successo, per i casi di Panama, Iraq, Somalia, Haiti, Bosnia, Liberia, Sierra Leone, Sudan, Afghanistan, Jugoslavia, sembra ora inceppato, a causa dei fallimenti degli interventi in Iraq, Afghanistan e Libia (dove non è bastato l’intervento militare per riportare pace ed ordine, e ristabilire l’autorità dello Stato) e della reazioni delle opinioni pubbliche nazionali, meno propense ad impegnare i propri Paesi in sanguinosi conflitti armati all’estero”.

La visione del Cassese denota, come vedremo, un totale disinteresse per la liceità degli interventi suddetti, per le vere ragioni di potere e di controllo geo-politico di importanti territori dello scacchiere internazionale e, soprattutto, per le centinaia di migliaia di morti fra le popolazioni civili che questi interventi hanno provocato.

L’azione militare è giustificata con le “due buone ragioni” del titolo, la prima delle quali sarebbe che la Siria “… ha nel 2013 aderito alla convenzione sulla proibizione delle armi chimiche. L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche… non ha la forza di far rispettare il programma di disarmo chimico siriano… ”.

In questa prima “ragione” il Cassese dimentica di dire che, oltre al fatto che non ci sono prove sulla responsabilità siriana, già nel 2013 e nel 2017 i due attacchi chimici subito attribuiti al governo siriano si rivelarono compiuti da formazioni islamiche.

Questa prima ragione sembra quindi funzionale al giustificare l’intervento dei tre Paesi, anche senza la necessaria copertura di diritto.

Oltre a ciò questa prima ragione ci serve sul piatto l’altra: “La seconda è che si è fatto strada , a partire dal 2000, il principio definito ‘responsabilità di proteggere’. Secondo questo principio del diritto globale, già applicato nei casi del Darfur e della Somalia, vi è una responsabilità collettiva di intervenire per proteggere le popolazioni in caso di crimini contro l’umanità, di genocidio, di catastrofi naturali, e questa responsabilità supera il divieto di interferenza negli affari interni di altri Stati.

Lasciando stare le catastrofi naturali, per i crimini contro l’umanità si parla di “responsabilità collettiva”, non di azione dei primi tre paesi che decidono di lanciare missili!

Oltre a ciò: quale diritto prevede una punizione senza processo?

Dov’è il processo in questo caso e, come dovrebbe essere impostato e portato avanti un processo del genere?

L’inconsistenza di queste “due buone ragioni è, purtroppo, solo un “aperitivo” per il prosieguo dell’articolo, per la parte più democraticamente orrenda delle sue giustificazioni: “Da questi sviluppi del diritto globale possono trarsi due lezioni. La prima è che anche la sovranità degli Stati va tenuta sotto controllo. Quindi, che gli stati sono sempre meno sovrani, perché la sovranità è controllata, condivisa, limitata (si potrebbe, quindi, dire, che non è più una sovranità piena). La seconda lezione è che la globalizzazione è un fenomeno composito: va oltre gli Stati ma si serve degli Stati. Nel caso della Siria, ad esempio, sono i tre Stati che intervengono, ma agendo per la realizzazione di principi globali. ‘La globalizzazione ha posto gli Stati di fronte a una fase di radicale cambiamento che ha portato alla formazione di complessi regimi ultrastatali’ (come ha scritto Lorenzo Casini nel suo recentissimo libro Potere globale, edito da il Mulino). E, nello stesso tempo, si vale degli Stati per dare esecuzione a regole che non avrebbe la forza di imporre.

Il fatto che tali affermazioni, che avallano la perdita della sovranità costituzionale del nostro Paese, vengano da un giudice emerito della Corte Costituzionale, è indice dell’enorme degrado della politica e del diritto, un degrado che non trova nessun argine politico, e che ci lascia in balia di chi governa veramente: un insieme di poche famiglie, logge e lobby transnazionali che usano la globalizzazione come paravento per fare i loro interessi sorvolando la sovranità degli Stati, fregandosene cioè dei popoli tout court.

Come si può giustificare un’azione militare unilaterale da parte di tre Paesi ordita senza nessun processo?

Come si può avallare questo farsi giustizia da sé a livello internazionale?

L’illiceità di un tale atto è uno dei principali fondamenti del diritto moderno, ma si vuol “dimenticare” in sede internazionale, giustificando atti compiuti da Stati che diventano “complessi regimi ultrastatali”, mai nominati da alcuna volontà popolare, in difesa di qualcosa di cui non si è stabilita ancora una causa, oltretutto seguendo un “mandato superiore” di un ente astratto come la “globalizzazione”!!!

Siamo diventati pazzi?

Vogliamo basare il futuro democratico del nostro Paese su queste oscenità costituzionali e del diritto?

Ricordiamo l’Art. 11 della nostra Costituzione:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Questo un articolo del giurista e pacifista Claudio Giangiacomo che spiega bene la questione, un punto di vista evidentemente estraneo agli interessi del benemerito Cassese.

Il principale fenomeno politico post Seconda Guerra Mondiale è la progressiva perdita di sovranità da parte degli Stati nazionali, dovuta alla spartizione del mondo fra le potenze vincitrici e ad un abbattimento delle barriere dovuto alla tecnologia, che ha avuto una grande accelerazione dopo il crollo del Muro di Berlino.

Questi fenomeni sono stati governati sempre meno dal diritto comune, ma dall’azione occulta di servizi segreti ed entità sovranazionali che usano apparati privati e statali per i loro fini: basti pensare all’ormai assodata rivelazione che ogni nostra azione e traccia sul web è potenzialmente disponibile all’NSA americana, in tempo reale.

Senza un vero controllo dei “fenomeni della globalizzazione”, delle informazioni e della tecnologia da parte degli Stati nazionali, andremo velocemente verso un “regime di controllo globale” sempre più antidemocratico e sempre più difficile da riformare.

Solo una comunità internazionale formata da Stati sovrani amici e cooperanti potrà garantire un futuro degno da vivere, non una comunità basata sulla “desovranizzazione” dei popoli in nome di una globalizzazione di interessi occulti nascosti dacomplessi regimi ultrastatali.

 

Massimo Franceschini, 17 aprile 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento