Dalle maschere rituali dell’antichità alle maschere sociali della modernità

di Franco Mattarella

Nell’antichità, presso molte popolazioni, le maschere venivano indossate solo in determinate occasioni rituali che marcavano importanti fasi di trasformazione per la comunità di appartenenza (iniziazioni o riti di passaggio). Gli antropologi hanno ampiamente documentato il significato di tali maschere nell’antichità; ad esempio l’antropologo Claude Lévi Strauss lo ha fatto nel libro “La via delle maschere” (p. 7):
“Agli spettatori dei riti d’iniziazione, queste maschere da danza che ad un tratto si aprono come in due battenti mettendo in mostra un secondo viso, e talvolta un terzo dietro il secondo, tutti segnati dall’impronta del mistero e dell’austerità, attestavano l’onnipresenza del sovrannaturale ed il pullulare dei miti.”

Nelle società moderne le cose stanno diversamente a causa della comparsa del concetto di identità personale. Tale concetto è piuttosto recente nella storia umana, almeno nei paesi occidentali, ed è anche storicamente recente l’indipendenza psicologica dell’essere umano da autorità esterne, come ha evidenziato lo psicoanalista Erich Fromm nel libro “Fuga dalla libertà“. In Europa l’assetto psicologico dell’individuo moderno si è formato nell’Europa Centro-occidentale e venne “creato” dalle idee di Martin Lutero e di Calvino. Scrive Erich Fromm nel libro “Fuga dalla libertà” (p.69, p.91):
“La soluzione di Lutero è riscontrabile oggi in molti individui che non pensano in termini teologici: è quella cioè di raggiungere la certezza eliminando l’isolamento individuale, diventando uno strumento nelle mani di un potere soverchiante esterno all’individuo. [p.91] Dalle dottrine del protestantesimo l’uomo venne psicologicamente preparato al ruolo che doveva svolgere nel moderno sistema industriale. [Tale sistema] ha sviluppato l’individuo, e lo ha reso più impotente; ha accresciuto la libertà, e ha creato nuovi tipi di subordinazione.”

Ma, indipendentemente dal contesto storico, l’essere umano ha sempre avuto l’esigenza psicologica di adottare delle maschere di fronte agli altri, come messo in luce dal sociologo Erving Goffman nel libro “La vita quotidiana come rappresentazione“. Per Goffman la libertà individuale è un’utopia e la vita quotidiana dell’essere umano è scandita come una performance teatrale dove ognuno di noi non può fare a meno di interpretare una parte, complementare a quella di tutti gli altri individui con cui interagiamo. Scrive Goffman (p.29):
Quando un individuo interpreta una parte, implicitamente richiede agli astanti di prendere sul serio quanto vedranno accadere sotto i loro occhi. Egli chiede loro di credere che il personaggio che essi vedono possegga effettivamente quegli attributi che sembra possedere, che la sua attività avrà le conseguenze che implicitamente afferma di avere, e che in generale le cose sono quali esse appaiono.”

Secondo Goffman noi viviamo dunque in un mondo di rappresentazioni nel quale tutti (nessuno escluso) recita una parte (o più parti) adattandosi alla cultura del suo mondo e del suo tempo. La modernità ha introdotto nella cultura un modo (un potere) per mettere a tacere i dubbi e l’ansia dell’individuo moderno. Tale potere è stato interpretato dal mercato globale che ha imposto le maschere suggerite dall’economia di mercato: stili di vita e di comportamento che si esprimono in abiti, automobili, case, viaggi e tutta una serie di feticci tecnologici (smartphone, smartwatch, ecc) che consentono di “conformarsi” alla società di appartenenza a scapito della propria individualità. Tale perdita di individualità non è generalizzabile dato che vi sono differenze culturali ed emotive tra gli individui, cionondimeno per tutti è sempre più difficile resistere alle sirene del mercato.

Il compito di insegnare agli individui a non indossare le maschere sociali proposte dal mercato è affidato alla scuola che, per questo motivo, deve essere pubblica per essere indipendente dal mercato e insegnare il pensiero critico. In Occidente, ma la globalizzazione sta esportando il modello ovunque, l’individuo vive nella società del guadagnodell’egoismodell’informazionedella manipolazionedella pubblicità, della moda e delle apparenze, che danneggiano la costruzione dell’identità di ognuno. Di questo scrive il filosofo Claudio Bonvecchio (vedi bibliografia p.4):
“Se nelle società primitive questa sovrapposizione uomo-maschera è un potente tramite per acquisire una identità coscienziale altrimenti inesistente, nella modernità è il sigillo che caratterizza la persona che, in un certo senso, ha perduto o sta perdendo la coscienza che aveva acquisito. Infatti, nella società moderna, i cittadini non indossano maschere per rivendicare una coscienza che non possiedono, semmai se ne servono onde celare a se stessi qualcosa che è andato perduto: onde acquisire una propria (apparentemente autonoma) e provvisoria personalità, una propria (apparentemente autonoma) e provvisoria coscienza. Le nuove maschere della modernità delineano figure costruite dalla razionalità sociale. Sono i personaggi che circoscrivono ed incarnano ruoli e status definiti e pietrificati: in una fissità che fa della maschera un collettivo calco mortuario. In tal modo, la maschera da simbolo si trasforma in allegoria.”

La modernità ha modificato i suoi riti sociali eliminando la necessità di maschere fisiche ma non l’esigenza umana di camuffarsi al cospetto degli altri. Di questo si è occupato, tra i tanti, il geniale disegnatore Saul Steinberg, che rilasciò nel 1967 un’intervista a Sergio Zavoli, nella quale fece il seguente commento sulle maschere che gli individui indossano in pubblico:
“Prendiamo le maschere che le donne si mettono, specialmente in America; sono maschere di cui le donne si servono per difendersi, per rendersi invisibili, cioè per presentarsi alla società in modo che svia, che altera completamente la loro autentica, la loro vera personalità. E la maschera più comune che si mettono è quella dell’allegria e della buona salute, perchè il peccato più grosso che si possa compiere qui in America è di dare segni di infelicità e di malattia. Allora si ricorre al travestimento; è una cosa indecente che si fa, antisociale quella di lamentarsi, quella di dire che qualcosa va male. Se vuoi farti ascoltare, devi dire che stai benissimo. E c’è anche la maschera del corpo; una donna vecchia, per esempio, non si veste mai da donna vecchia; quando arriva il momento in cui la morte incomincia da apparire, si veste sempre più allegramente. E’ un modo indecente di eliminare la pietà degli altri e di fare di questa tragedia, che è la morte, uno scherzo. Dunque si vestono da clown, si dipingono il naso di rosso, i capelli di verde o di azzurro, e queste sono le cose che io disegno, le cose che mi interessano.”

 

Il punto chiave

L’identità personale implica la percezione di una fragilità della coscienza e di una serie di discontinuità, che devono essere in un certo modo metabolizzate.
(Remo Bodei)

La più grande battaglia che abbiamo di fronte come esseri umani è la battaglia per proteggere il nostro vero sé dal sé che il mondo vuole che diventiamo.
(Edward Estlin Cummings)

Uno dei compiti dell’insegnamento dovrebbe essere quello di fornire degli anticorpi  rispetto alle mode. Vale a dire trasmettere contenuti e “stili di pensiero” che facciano capire agli studenti l’impoverimento della loro personalità derivante dall’indossare le maschere sociali proposte dal mercato.

Tratto da:
https://www.pensierocritico.eu/maschere-quotidiane.html

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