CLN: UN POPOLO RIFLESSIVO, CAPACE E UNITO DA COSTITUZIONE E DIRITTI UMANI

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Fermiamo il divide et impera con una nuova identità politica umanistica, costruttiva e dialogante: “aborto” e “immigrazione” come esempi di compenetrazione fra diritti.

di Massimo Franceschini

 

pubblicato anche su Sfero

 

Premessa: a conferma della necessità di superare con metodo le divisioni, e leggerete di cosa parlo nell’articolo, devo precisare che questo come tutti gli articoli riguardanti il CLN, più precisamente gli ultimi 5, sono assolutamente personali e propositivi, riflettono il mio pensiero e non la linea politica o programmatica del CLN stesso.

 

Proseguendo il discorso degli ultimi articoli relativi al CLN, in particolare dell’ultimo, vediamo di delineare un possibile metodo per l’articolazione di un dibattito interno a tutto il popolo che in qualche modo dissente con l’attuale deriva antidemocratica della vita politica e civile del nostro Paese e dell’Occidente tutto.

Data la necessità di ripristinare lo stato di diritto costruendo le basi per una nuova costituente e data la distruzione dell’ambito di discussione civile procurata da media e social media, con relativa dilagante antipolitica, credo che una delle prime questioni metodologiche da implementare sia quella relativa agli obiettivi generali e al metodo di confronto del “popolo costituente”.

Dato che lo stato di diritto si ricostruisce implementando un “programma di ripristino dei diritti umani e costituzionali”, che un vero stato di diritto dovrebbe naturalmente preservare ed attuare per i suoi cittadini, dobbiamo capire che la spinta verso questa “ricostruzione” è già di per sé capace di determinare un’identità politica ben precisa, se vogliamo una nuova identità che è quella di un popolo unito da una grande sensibilità per ciò che sta avvenendo da un punto di vista politico, sociale, culturale, giuridico ed economico.

Se vuole essere unitaria, efficace e riconoscibile, l’identità conseguente a questa sensibilità, diversa nelle origini, ma necessariamente unitaria nella prassi, non può non caratterizzarsi per le seguenti questioni sostanziali:

  1. La volontà di riportare la vita civile e politica sia nazionale, sia internazionale, nell’ambito di un diritto reale, conoscibile, comprensibile e soprattutto rispettato da tutti in ogni ambito e in ossequio all’uguaglianza fra gli uomini che deve essere sostanziale, anche se non “letterale”, ma “certamente potenziale”.
  2. La volontà di rimettere i diritti dell’uomo e costituzionali come fonti di diritto primarie a cui la vita civile, istituzionale e lo stesso ordinamento giuridico debbano necessariamente informarsi, per costruire una realtà conseguente e coerente con tali diritti (riguardo ai diritti costituzionali: tutto il dettato costituzionale dovrebbe essere coerente ai primi 12 articoli, i principi fondamentali, e riportato a questa coerenza ove non lo sia più).
  3. La volontà di rifiutare ogni dibattito, soluzione, norma, legge dello Stato e accordo internazionale, di qualsiasi tipo, che non derivino da una reale compenetrazione fra tali diritti e fra le conseguenti sensibilità con ognuno di questi.

La nuova politica deve vigilare ed impedirne un uso parziale dei diritti umani e costituzionali volto a stravolgerne l’impianto ed il significato globale, denunciarne qualsiasi interpretazione discriminatoria, retorica, controproducente verso il diritto stesso e, di conseguenza, verso l’armonia sociale e internazionale.

Se tale impostazione fosse accolta, la conseguente “identità programmatica” escluderebbe solo coloro non veramente interessati ad una politica socialmente armonica, non divisiva e non realmente contraria ad interessi particolari di ordine personale, sociale, politico, lobbistico.

Facciamo solo 2 esempi di ciò che intendo, relativi all’interruzione di gravidanza e all’immigrazione, due fra le questioni che, per delle cause che hanno a che fare non solo con l’“evoluzione spontanea” degli “usi e costumi”, ma anche con delle ben precise manovre e tendenze socio-culturali e propagandistiche di vario segno, sono diventate oggettivamente fra le più divisive.

La compenetrazione fra il diritto alla vita e la riservatezza sul proprio corpo in una società laica, ma non laicista, può solo trovare un’intesa “minima”, ma che diventa “massima” per l’importanza metodologica: se da una parte lo stato ammette la possibilità di un’interruzione di gravidanza volontaria, dall’altra parte deve attuare realmente tutti i dispositivi tesi alla sua prevenzione, oggi spesso in disuso con aborti sempre più consigliati dalla classe medica anche per motivi futili, ideologici e umanamente irresponsabili.

Indipendentemente da qualsiasi sua condizione, la donna dovrebbe sapere che, in ogni caso, la scelta di portare a termine la gravidanza sarebbe completamente sostenuta dallo stato sia da un punto di vista economico, sia per quanto riguarda la sicurezza personale e sociale eventualmente messa a rischio dalla sua scelta pro-vita, sia nel caso la sua scelta escluda di doversi occupare del bambino una volta partorito, sapendo che lo stato assicurerebbe comunque un’immediata adozione.

Se solo volesse, lo stato potrebbe benissimo contrastare la cultura di morte oggi sponsorizzata da un’inquietante agenda tesa a riscrivere i diritti umani in senso manipolativo della vita e dell’integrità personale.

Stesso discorso per l’immigrazione: il diritto alla vita, alla dignità personale e alla sicurezza sociale per ogni essere umano, in qualsiasi momento e luogo, deve compenetrarsi e bilanciarsi con il diritto di ogni uomo di vivere in un paese in cui l’ordine sociale sia garantito e curato giorno per giorno, con scelte politiche e sociali adatte a mantenere una pace sociale reale, basata su una vera armonia culturale, sociale ed economica.

La cultura di accoglienza generalizzata che non vede le dinamiche celate dietro un’immigrazione di massa sponsorizzata da vari agenti corporativi e forzata da condizioni neo-coloniali sempre a vantaggio di questi, non certo degli Stati sovrani che in quanto tali avrebbero a disposizione tutte le leve necessarie ad una buona condotta economica e sociale interna, deve essere messa in discussione senza cedere di un millimetro a qualsiasi retorica etnicamente discriminatoria.

Un’altra “semplice” considerazione: se vogliamo essere una vera cultura dei diritti umani e dello stato di diritto, non possiamo non pretendere un pieno rispetto di questi valori da parte di tutti gli uomini delle nostre comunità, indipendentemente dalla loro provenienza e cultura: chi non è capace di sintesi fra questa dimensione ed il suo retaggio personale deve essere messo di fronte alla sua responsabilità, che portano necessariamente a delle conseguenze.

Guardando al problema in maniera ancora più creativa e incisiva: uno stato di diritto che si rispetti potrebbe finanziare programmi di istruzione personalizzati e finalizzati al ritorno in patria, abbinati a misure di politica estera atte a creare le condizioni affinché gli stati di provenienza possano accogliere dei “nuovi cittadini”, resi capaci di contribuire ad uno sviluppo nazionale autonomo e libero da ingerenze estranee ad una reale politica di pace e sviluppo internazionale.

Questi due esempi danno la dimensione reale di come si possano comprendere e stabilire delle linee guida politiche realmente moderne, in linea con quei valori che dal 1948 pensavamo più che sufficienti a cambiare pacificamente la geografia del potere globale verso un destino di pace e cooperazione fra uomini e popoli.

Tornando alla questione relativa al metodo di formazione e confronto del “popolo costituente”, indipendentemente dalle sedi e dalle modalità della discussione, dagli usi culturali, politici, tattici e strategici del programma, forse anche non del tutto prevedibili se non al momento del verificarsi di determinati eventi, tali direttrici potrebbero fornire un metodo che istituirebbe un modo creativo di porre questioni e contenuti, riducendo la possibilità di perdite di tempo dietro questioni e dibattiti non dirimenti, mal posti, secondari e/o velleitari.

Tali direttrici, saranno così il sostanziale “accordo” del popolo diversamente interessato al cambiamento, capaci di allenarlo alla discussione coerente e costruttiva, fattore pragmatico molto più unificante di tanti discorsi retorici.

In sostanza: i “contenuti” sono già inscritti nel tessuto dei diritti umani e costituzionali, il nostro sforzo deve essere capace di compenetrarli fra loro in soluzioni e linee guida politiche e giuridiche in grado di rispondere ai problemi del presente e tali da far vedere, nella realtà, la costruzione di un mondo finalmente coerente con queste fonti primarie del diritto.

 

 

6 luglio 2022
fonte immagine: VicenzaPiù e Dinamo Press

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