Chi votare e non votare alle prossime elezioni europee. La lezione di ignoranza in economia di Emma Bonino di Più Europa.

di Davide Gionco

Per fortuna nelle ultime elezioni politiche il partito “Più Europa” prese solo il 2,55% alla Camera e il 2,36% al Senato.
Diciamo “per fortuna”, perché se mai il governo del paese avesse attuato la “geniale” soluzione di Emma Bonino al (supposto) problema del debito pubblico gli effetti sull’economia del paese sarebbero stati peggiori della famose cavallette dell’iperinflazione evocata da chi intende screditare coloro che propongono che l’Italia esca dall’Unione Europea o anche solo che l’Italia decida di non rispettare rigorosamente le politiche di austerità imposte dalla UE.

Abbiamo provato a fare una simulazione, semplificata, di cosa succederebbe all’economia italiana applicando le lungimiranti proposte di Emma Bonino.
Sembra semplice, logico, al punto da meritare la prima pagina sul Sole 24 Ore: per non far aumentare il debito è sufficiente bloccare l’aumento della spesa pubblica.

La simulazione effettuata suppone che resti costante l’attuale tasso di interesse medio sui titoli di stato in circolazione, che è del 3,8%, che resti costante l’attuale saldo commerciale estero, nonostante gli inevitabili aumenti fiscali (quindi siamo in un caso ottimista). Abbiamo ipotizzato un moltiplicatore fiscale pari ad 1 (anche se probabilmente la Bonino non sa neppure che cosa sia e anche se certamente il moltiplicatore fiscale in Italia oggi è certamente superiore a 1,5).
Per calcolare gli effetti sull’occupazione abbiamo ipotizzato un salario lordo medio annuo di 35’000 euro per lavoratore.
Gli importi del debito, del PIL e delle varie voci di spesa pubblica sono espressi in miliardi di euro.

La simulazione ha fornito i seguenti risultati:

Applicando il principio fondamentale di Emma Bonino, si può constatare che dopo 5 anni, pur mantenendo invariata la spesa pubblica agli attuali 680 miliardi di euro, il debito continua ad aumentare di 91 fino a 110 miliardi l’anno, al quinto anno. Questo in quanto il tasso di interesse si applica sul debito in essere, che tende ad aumentare.
Pur rimanendo la spesa pubblica complessiva invariata, quindi, il rapporto debito/PIL tende ad aumentare fino al 167%, quasi ai livelli attuali della Grecia.
Questo non solo a causa dell’aumento del debito causato dal pagamento degli interessi, ma anche a causa della riduzione del PIL.
Il PIL si riduce in quanto il PIL è un indicatore nel cui calcolo viene inclusa la spesa governativa “G” (per gli scettici: non c’è nulla da contestare, è una definizione!).

Dovendo mantenere a 680 miliardi l’anno la spesa pubblica, mentre la spesa per interessi cresce inesorabilmente, sarà necessario ridurre la spesa pubblica per la parte al netto di interessi, che sono gli stipendi dei lavoratori pubblici e gli investimenti pubblici di vario genere (forniture, appalti, ecc.).
Nei 5 anni immaginati da Emma Bonino, quindi, la spesa al netto degli interessi dovrà inevitabilmente scendere da 589 a 570 miliardi di euro l’anno.
Naturalmente verrà tagliata la “spesa improduttiva”, ma il risultato, inevitabile, sarà comunque una perdita di posti di lavoro (meno spesa = meno stipendi di imprese o di dipendenti pubblici), per 534’000 unità.
Ma, naturalmente, non sarà la Bonino a perdere il posto di lavoro, potendo usufruire delle laute elargizione della fondazione Open Society di George Soros.
Andando a diminuire il PIL, ma dovendo nel contempo mantenere costante la spesa pubblica, sarà necessario mantenere anche costanti le entrate fiscali. Solo che, diminuendo il PIL, la pressioni fiscale dovrà inevitabilmente aumentare dall’attuale 43% al 43,5%. E la Bonino sa di guadagnare abbastanza per non preoccuparsi di dover pagare un po’ più di tasse, non avendo figli da mantenere.

Avevamo ottimisticamente assunto un moltiplicatore fiscale pari ad 1, per stare dalla parte della ragione.
In realtà riducendo in 5 anni la spesa pubblica al netto degli interessi di 18,7 miliardi, non solo avremo imprese e dipendenti pubblici che percepiranno 18,7 miliardi in meno, con relativi licenziamenti, ma anche i negozianti che oggi vendono beni e servizi ai suddetti resteranno senza clienti. E non solo: anche i fornitori dei negozianti registreranno un calo di vendite.
E’ quindi del tutto legittimo e più vicino alla realtà, anzi ancora troppo ottimistico, assumere un moltiplicatore fiscale di 1,5.
In tal caso i risultati saranno i seguenti:

Il rapporto debito PIL, quello che la Bonino voleva ridurre dimenticandosi che esiste anche il numeratore della frazione (in politica, soprattutto in economia, la matematica in Italia è una opinione), arriva sempre al 167% del PIL. Le conseguenze peggiorano per l’occupazione che aumenta di 801’000 unità.

Qualcuno ora osserverà che in realtà la Bonino non intendeva mantenere costante la spesa pubblica dimenticandosi della quota interessi. La Bonino è convinto che per non far salire il debito sia necessario mantenere costante la spesa pubblica tenendo conto anche del pagamento degli interessi.
Per questo motivo, per non fare torto alla Bonino ed ai suoi seguaci di “Più Europa”, abbiamo fatto un’altra simulazione, riducendo anche la spesa pubblica, in modo da mantenere il livello di debito pubblico assolutamente costante e bloccato agli attuali 2’400 miliardi di euro.
Ecco i risultati della simulazione:

Mantenendo il debito costante, anche gli interessi da pagare restano costanti a 91 miliardi di euro l’anno.
Ma, per evitare che quei 91 miliardi di euro vadano a sommarsi al debito in essere, sarà necessario tagliare ogni anno la spesa pubblica di 91 miliardi di euro, in modo da compensare l’uscita di 91 miliardi. In fin dei conti non è altro che l’attuazione dell’art. 81 della Costituzione, così come approvato in doppia votazione nel 2011-2012 da tutti gli attuali partiti in Parlamento (Lega compresa), ad esclusione del Movimento 5 Stelle (perché non c’erano ancora).
La riduzione della spesa pubblica di 91 miliardi l’anno ha come effetto secondario la perdita di circa 2,6 milioni di posti di lavoro l’anno, che oggi sono finanziati da quei 91 miliardi di spesa pubblica: stipendi di insegnanti, di poliziotti, appalto per la manutenzione dei ponti, per la riparazione delle buche delle strade, ecc.
Ci duole il cuore per questi nuovi poveri disoccupati, ma abbiamo motivo di pensare che il governo Bonino non arriverebbe al quinto anno previsto in programma, in quanto il cumulo di 2,6 milioni di licenziamenti l’anno, per un totale di 13 milioni di posti di lavoro persi, porterebbe persino nell’addormentata Italia ad una rivoluzione di popolo. Senza parlare di un debito/PIL al 185%, come dimostrazione di un totale fallimento su tutta la linea.
E ricordiamo che abbiamo considerato ottimisticamente un moltiplicatore pari ad 1.
In realtà gli effetti di questo programma economico sarebbero ancora più disastrosi, peggio dell’ultima guerra mondiale.

Come concludere?
Naturalmente il voto è libero, così come ciascuno è libero di divertirsi come faceva il famoso Tafazzi.

Per favore, votate chi volete, ma evitate di votare chi propone di tagliare la spesa pubblica e di ridurre il debito, perché dimostra di non avere capito nulla di come funzione la macroeconomia. Difficilmente in Europa riuscirà a difendere gli interessi dell’Italia. E neppure gli interessi dei 500 milioni di cittadini europei.

Votate piuttosto chi propone di aumentare la spesa pubblica, assumendo personale dove ve ne sia bisogno (mai sentito parlare di ospedali con carenze di personale?), ma soprattutto aumentando i lavori pubblici, per rimettere in sesto il nostro paese disastrato da 30 anni di incurie da austerità.
Abbiamo fatto un’ultima simulazione, considerando un moltiplicatore fiscale di 1,5 e aumentando la spesa pubblica di 80 miliardi di euro l’anno per 5 anni (corrispondente ad un deficit annuo del 6,5%, anziché l’attuale striminzito 2,04%), senza aumentare l’importo delle tasse complessivamente pagate dagli italiani, mantenendo costante il tasso di interesse sul debito (3,8%) e la bilancia dei pagamenti con l’estero.

Il risultato è che effettivamente il debito passa in 5 anni da 2’400 e 2’800 miliardi (orrore!), ma il PIL sale da 1’755 e 2’178 miliardi, per cui il rapporto debito/PIL scende dal 137% al 129% (mentre con la teoria Bonino arrivava al 185% del PIL).
Ma non solo: l’aumento di spesa pubblica porterebbe alla creazione di 11 milioni di posti di lavoro in 5 anni, sostanzialmente portando a zero la disoccupazione e certamente facendo crescere i redditi degli italiani.
Infine, ciliegina sulla torta, la pressioni fiscale scenderebbe dal 43% al 34,6% in 5 anni.

Naturalmente si tratta di simulazioni semplificate, non si può chiedere di più da un articolo di giornale.
La realtà è certamente complessa, ma i dati esposti sono indicativi dei risultati che ci si possono attendere.
Non è un caso che molti dei paesi in cui oggi l’economia va meglio che in Italia (Francia, Spagna, Portogallo…) negli ultimi anni abbiamo aumentato notevolmente la spesa pubblica, facendo deficit ben oltre lo sciagurato limite europeo del 3%, limiti posto da persone che di economia ne capiscono come la Bonino o da persone in mala fede che lucrano sulla distruzione dell’economia italiana.

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