I DIRITTI UMANI E LO STATO DELLA CIVILTÀ Articolo 2. No a discriminazioni di classe o di altra natura

il mio libro, un programma politico ispirato ai Diritti Umani

 

Proseguo la serie di scritti dedicata alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo con il secondo articolo, di cui riporto immediatamente il testo:

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Siamo chiaramente in una logica continuazione dell’Art. 1: la definizione di tutte le questioni che non dovrebbero inficiare la libertà, l’eguaglianza, la dignità e l’insieme dei 30 Diritti Universali, che dovrebbero perciò essere sempre tutelati ed attuati.

Di fatto si afferma che le distinzioni su cui si sono divisi gli esseri umani nel corso della storia devono essere superate, perché ormai inammissibili: divisioni politiche, ideologiche, religiose, economiche, sociali, razziali, etniche ed altre ancora, hanno negato e negano tuttora ad ogni uomo e donna il suo originario diritto alla dignità, alla libertà ed alla “responsabilità sociale”, che ha in forma paritaria con ogni altro essere umano.

La combinazione dei primi due articoli della Dichiarazione Universale dovrebbe farci riflettere sul dato assolutamente importante per la cultura e la politica: ogni individuo deve essere considerato, in quanto tale, degno di dignità e diritti in maniera del tutto indipendente dalla sua estrazione sociale.

Non si parla di proteggere chi appartiene a categorie o “classi sociali” svantaggiate, “perdenti” o carenti di tutela o considerazione da parte del potere di turno o dalla cultura di una qualsiasi comunità: sarebbe restrittivo e si confonderebbe con altre ideologie che, come la storia insegna, hanno prodotto esiti disastrosi per la libertà di tutti.

I milioni di morti delle guerre e dei conflitti sociali gridano “giustizia”, culturale e nel diritto.

È triste osservare come ancora oggi si venerino leader politici responsabili di morti, guerre, stragi, genocidi, usi e sviluppi di armi atomiche e di distruzione di massa e si celebrino rivoluzioni di “classe” con annesse pulizie classiste, religiose, etniche e di altro tipo.

Qualsiasi giustificazione socio-politica abbia permesso gli orrori della storia deve essere smascherata e denunciata per quel che è, indipendentemente da tutte le “ragioni” del mondo: un tentativo abietto di conquista e/o mantenimento del potere.

Il vero messaggio dei Diritti dell’Uomo è, per tutto ciò, quello di elevare l’importanza della persona rispetto ad ogni sua “appartenenza”.

Se ne desume che la classe sociale di un individuo non può limitare diritti e libertà dei componenti delle altre.

La vera sfida per l’umanità sarebbe quindi, logicamente, quella di far sì che la divisione in classi sia superabile, verso una società del diritto e della “responsabilità sociale” in cui ogni essere umano abbia l’opportunità di poter sviluppare la sua personalità, le sue abilità e desideri, per “arrivare” ad essere ciò che effettivamente può e vuole essere, ma in modo armonico: senza intralciare e negare i diritti, le libertà e le dignità altrui.

I Diritti Umani ci parlano di una società possibile, centrata sulla persona che responsabilmente collabora con il suo prossimo.

Se vogliamo tutelare ed attuare veramente i diritti di tutti dobbiamo necessariamente arrivare a costruire una cultura per una società responsabile, non anarchicamente utopica, ma i cui vertici siano: a. potenzialmente e veramente raggiungibili da tutti quelli che decidano di dedicare la loro vita agli altri ed all’amministrazione della cosa pubblica, per il tempo che sarà loro consentito, e b. controllati in maniera trasparente da un vero Stato di diritto, con appositi organismi politico-amministrativi che impediscano, senza indugi, attività legislative ed amministrative contrarie ai Diritti Umani ed agli interessi della comunità di appartenenza.

Il controllo e la trasparenza dovrebbero iniziare sin dalla candidatura a cariche pubbliche, per far sì che l’accesso alla sfera amministrativa sia impedito a chi abbia conflitti di interesse con quelli della comunità e della nazione, evidenti o potenziali, privati, nazionali o transnazionali.

I Diritti Umani ci parlano di una società in cui la “piramide sociale” debba essere, come conseguenza, un fatto soltanto tecnico-amministrativo o di merito o di predilezione.

Merito, tecnica ed amministrazione, di conseguenza, non possono essere usati contro individui, gruppi o classi sociali in quanto, al contrario, devono svolgere un’opera di “fluidificazione” dei rapporti fra le componenti sociali, e fra queste e l’amministrazione stessa.

Oltre a quanto sin qui espresso credo sia assolutamente opportuno e irrinunciabile denunciare le continue violazioni dei Diritti Umani, anche in relazione al successivo Art. 3, in un campo che sembra purtroppo godere, per la sua particolare natura, di estesa autonomia e carente controllo: quello psichiatrico.

Lo stigma psichiatrico crea, di fatto, una distinzione fra esseri umani del tutto arbitraria, inumana, illiberale e a-scientifica, ancora non ben individuata dalla giurisprudenza.

Il cosiddetto “malato mentale” è da sempre oggetto di abusi e pratiche indegne, in ogni epoca storica (l’esempio più moderno ed eclatante l’abbiamo con l’elettroshock, mai abolito), da cui la psichiatria, e l’industria farmaceutica, non sono esenti.

Il tecnicismo culturale e “para-scientifico” moderno, tende ad individuare nelle azioni ed emozioni dei “malati mentali” degli “squilibri cerebrali” da “riequilibrare”, al pari di quelli tipici delle vere patologie mediche.

Il “riduzionismo biochimico”dell’essere umano porta così ad evidenti violazioni dei Diritti Umani, come quelle dei trattamenti sanitari obbligatori, e ad un generalizzato approccio chimico per la delicatissima e plastica sfera cerebrale, purtroppo anche in ambito scolastico.

Una moltitudine di medici, ricercatori, filosofi e uomini di cultura definiscono la generalizzata medicalizzazione di sintomi e comportamenti una violazione della deontologia medica, e lo “psicofarmaco” come una vera e propria “camicia di forza chimica”, non dimostrabilmente necessaria.

Le inchieste e le evidenze sulla scarsa utilità dei farmaci, sui voluti difetti nella loro sperimentazione, per non parlare dei reali effetti sul comportamento e sulla personalità, devono portare ad una radicale riforma nell’approccio di questo delicato campo: l’integrità psico-biologica di ogni essere umano deve essere difesa ed il criterio nell’affrontare simili questioni deve rientrare in un più vasto campo interdisciplinare, non necessariamente medico, laico e farmacologico.

La “complicità” che la legge e la magistratura sembrano avere con tali pratiche e con la psichiatria istituzionalizzante, dovrebbe essere rivista in ambito giurisprudenziale per ridare all’uomo ed agli operatori del settore quella dignità, ragione e coscienza che, come da Art. 1, appartengono ad ogni essere umano.

Nella seconda parte dell’Articolo 2 vi è un’interessante precisazione, che completa il quadro di protezione che i diritti individuali devono necessariamente avere: quella di affermare che non possono essere permesse discriminazioni giustificate dalla provenienza geo-politica della persona.

Ciò evidenzia con tutta chiarezza che se si decide di attuare veramente i Diritti Umani, lo si deve fare completamente e unilateralmente.

La reciprocità invocata dagli intolleranti viene perciò smascherata per quello che è: razzismo, xenofobia o antireligiosità.

Altra cosa sarebbe quella di pretendere, da chi non appartiene originariamente ad una comunità, la sottoscrizione ed il rispetto fattivo dei Diritti Umani.

Cosa però difficile da fare sin quando la cultura dei Diritti Universali non sarà veramente inserita nell’istruzione, nell’amministrazione, nei percorsi formativi di interesse sociale, politico e in ogni ambito abbia a che fare con la responsabilità pubblica.

La nostra civiltà è sempre più indirizzata verso una cultura tecnicista e verso regimi di controllo tecnocratico privato sempre più stringente.

Se vogliamo fermare l’apparentemente ineluttabile destino, dobbiamo far sì che i Diritti Umani diventino l’unico paradigma per delle politiche responsabili.

Chi non vede ciò o racconta altro non sta facendo gli interessi di tutti noi.

 

Massimo Franceschini, 8 novembre 2017

Questo il bellissimo video relativo all’Art. 2 dell’associazione no-profit: “Gioventù per i Diritti Umani

Questo il link del mio libro che è un programma politico basato sui Diritti Umani

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