I DIRITTI UMANI E LO STATO DELLA CIVILTÀ: Articolo 28. Verso quale ordine mondiale?

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Verso quale ordine mondiale?

 

Ciao, eccoci a commentare uno degli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo più importanti a livello globale.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

 La questione avanzata dall’articolo è delicatissima, dato che investe praticamente tutta la struttura politica e sociale del pianeta.

Lo scopo dell’ONU sarebbe infatti, ed in sintesi, quello di favorire la soluzione pacifica delle controversie internazionali, mantenere la pace e promuovere il rispetto dei diritti umani.

Come possiamo vedere, e come abbiamo ampiamente constatato nel corso della trattazione dei vari diritti, gli scopi delle Nazioni Unite sono sempre più difficili da raggiungere, per una complessa serie di motivi che possono però essere ricondotti alla questione del “potere”, ossia del controllo dello stesso da parte delle comunità ed in seno alla stessa ONU.

Ci troviamo oggi in una fase assai incerta, successiva allo sforzo post Seconda Guerra Mondiale che ha dato vita all’ONU, al suo statuto, ai diritti umani, al Patto Internazionale sui diritti civili e politici ed a tutte le altre carte internazionali che hanno tentato di dare attuazione ai diritti dell’uomo.

L’incertezza odierna contiene pericoli assai gravi: in estrema sintesi e senza tentare raffinate analisi geo-politiche non adatte agli scopi ed alla dimensione di questa trattazione, possiamo dire che la sostanziale non prevedibilità per il futuro dei rapporti internazionali e della nostra stessa vita sia dovuta a due fenomeni assai interconnessi, che stanno condizionando lo sviluppo etico e sociale del pianeta, i rapporti fra le nazioni, la qualità e la composizione stessa del potere.

I due fenomeni sono presto detti: la cosiddetta “globalizzazione” e quella che possiamo definire, con tutta evidenza, come la progressiva perdita delle sovranità da parte dello Stato di diritto.

La globalizzazione odierna è, se così possiamo dire, una gigantesca accelerazione nell’interconnessione fra popoli, comunità e nazioni, resa possibile dallo sviluppo tecnologico, dall’opera di demolizione delle differenze culturali, dall’abbattimento politico di barriere giuridiche e nazionali.

I modi ed i tempi di questa interconnessione, almeno nell’era moderna, sono stati forzati dalla pretesa imperialista delle grandi potenze, dalla corsa alla conquista di sempre maggiori influenze planetarie.

Un imperialismo planetario continuato senza sosta anche dopo la Seconda Guerra Mondiale ed accelerato da USA e NATO dopo il crollo del Muro di Berlino.

Un imperialismo fatto di manovre militari, pretestuose ingerenze in aree delicate rese in vari modi più caotiche, guerre per accaparrarsi risorse e posizioni strategiche, anche giustificate in modo ipocrita con i diritti umani stessi, corse agli armamenti, sviluppo ed uso spregiudicato di tecnologie atte al controllo globale.

A tutto ciò dobbiamo aggiungere gravi e illegittime influenze sulla formazione delle oligarchie politiche e sul prodotto sfornato dai media, sia globali sia nazionali.

I vari blocchi di influenza hanno compiuto le suddette operazioni giustificandole con la necessità data dalla contemporanea attività dei blocchi avversi, un gioco al massacro di libertà e democrazia condotto sul filo del rischio nucleare per tutto il pianeta.

Un fattore da considerare per quanto riguarda l’auspicato ordine sociale e internazionale oggetto di questo articolo è quello delle migrazioni di massa.

Sulla questione ci siamo già addentrati in relazione agli articoli 13, 14, e 15 della Dichiarazione Universale, ma non possiamo dimenticarla qui e non annoverarla fra le potenziali cause di disordine sociale e fra Stati: occorre ribadire che la migrazione di massa non è un diritto ma, al contrario, un indice del fatto che alcune aree del pianeta sono soggette a sfruttamento, a meccanismi economici e politici tendenti a sradicare parti di popolazione ritenute dalle corporazioni commerciali “eccedenti”, o scomode, o in qualche modo non funzionali all’attività predatoria delle loro risorse.

Una migrazione funzionale anche alla diminuzione di salari e diritti per il lavoro nei paesi industrializzati ed alla conseguente tendenza al trasferimento per studio od occupazione all’estero anche per i cittadini degli stessi: un fenomeno rivenduto come naturale ed auspicato dal “pensiero unico dominante”, verso quel mondo “senza barriere” che altro non è se non la definitiva vittoria delle corporazioni commerciali sul cittadino, sulla famiglia, sulle comunità e sugli Stati, ormai non più sovrani.

Questa pur breve lettura sarebbe incompleta se non considerasse il sempre maggior peso delle varie logge e famiglie che controllano le corporazioni finanziarie, commerciali e tecnologiche infiltrate nella politica e nelle amministrazioni di Stati ormai svuotati di storia e significato.

Questa a grandi linee la trasformazione del potere moderno, sempre meno controllato dalle società civili e produttive, un potere che svuota lo Stato di diritto delle sue prerogative, della missione regolatrice dei rapporti sociali, di garante della giustizia sociale e della prosperità per il suo popolo.

La situazione globale qui descritta mostra come ci stiamo sempre più allontanando dall’ordine sociale ed internazionale fatto di diritti e libertà per tutti auspicato dalla Dichiarazione Universale.

Non possiamo aspettarci un futuro migliore dalle élite che hanno in mano le sorti del pianeta, del “progresso” tecnologico e del cosiddetto “pensiero unico dominante”.

Dobbiamo attivarci in ogni ambito di nostra competenza per favorire una nuova cultura politica in grado di rispondere agli inquietanti scenari prodotti dai nuovi poteri, intenti a scavalcare le morenti democrazie per “connettere” le nostre vite ai loro interessi di controllo.

 

Massimo Franceschini,  05 novembre 2019

 

Questo il bellissimo video relativo all’Art. 28 dell’associazione no-profit: “Gioventù per i Diritti Umani

 

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