I DIRITTI UMANI E LO STATO DELLA CIVILTÀ Articolo 19. Siamo liberi di pensare, comunicare e sapere?

il mio libro, un programma politico ispirato ai Diritti Umani

 

È sempre più difficile pensare con la propria testa

 

Ciao, eccoci al nuovo articolo sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che riguarda un diritto oggi più che mai in pericolo.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Come possiamo facilmente constatare questo punto è il necessario “corollario” e sviluppo del precedente, che riguardava il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione, per il quale rimando a questo articolo.

Come per gli altri punti, è necessario ricordare la biunivocità che ogni diritto prescrive: in questo caso, il “diritto di non essere molestato per la propria opinione” deve anche essere, ovviamente, un dovere che ci impegna a praticare verso gli altri quell’equilibrio che permetta l’attuazione di questo specifico punto e del disegno complessivo dei 30 Diritti Umani.

Se mi prendo la libertà di insultare o degradare in qualsiasi modo la dignità di un altro dovrei essere chiamato a risponderne dato che avrei leso l’onorabilità del mio prossimo, detentore dei miei stessi diritti, nel momento in cui la dimensione del mio gesto comporti una riconoscibile e riconosciuta “lesione” alla sua integrità.

La “giustizia” dovrebbe pertanto mettere in atto tutte le misure necessarie a tutelare chi si ritiene molestato e non adeguatamente risarcito, con investimenti appropriati e percorsi che non facciano collassare il sistema giudiziario ma che preservino questo fondamentale diritto.

Se non riusciamo a garantire uno dei principali fondamenti di convivenza porteremo la nostra civiltà, come del resto già sta accadendo, ad un ineluttabile futuro di povertà materiale e spirituale, un imbarbarimento foriero di regimi sempre più dispotici.

L’esigenza non più prorogabile di vera attuazione dei 30 Diritti Umani e l’approccio complessivo dato a questo lavoro, mi spingono a delle necessarie considerazioni circa la politica da seguire per una vera, consapevole e integrale assunzione di questi principi nel nostro vivere, pubblico e privato.

È infatti l’azione e la coscienza politica della società civile, che in democrazia si dovrebbe riverberare nella giurisprudenza, a determinare l’attuazione ed il “successo” di qualsiasi principio di convivenza, qualsiasi “etica” pubblica si ritenga opportuna.

Purtroppo, vediamo troppe sentenze che ammettono come “normali” comportamenti, parole, gesti, invettive e altro, tendenti chiaramente all’offesa: si “comprendono” tali atteggiamenti assumendo di fatto come normale e “lecito” l’odierno degrado dei costumi e dei rapporti personali.

Questa “barbarie” moderna ha certamente come primo responsabile il sistema mediatico, e la politica che lo usa, lo favorisce e da cui si fa giocoforza condizionare. Nella denuncia delle responsabilità dei media dobbiamo dare preminenza all’ipocrita operazione di “verità apparente”, che legittima e “istituzionalizza” l’espressione delle peggiori pulsioni individuali e sociali: dalle riviste ai tabloid scandalistici, ai programmi di gossip e “costume”, ai reality ed a tutti quei “programmi verità” confezionati ad arte per essere immediatamente fruiti da un pubblico reso sempre più “reattivo” e “arrogante”.

La “reattività” e la non propensione a ragionamento e discernimento trovano terreno fertile nelle persone che hanno sperimentato la scuola trascurata, impoverita e “tecnicizzata” del giorno d’oggi, un’istituzione che ha inoltre “allevato” al suo interno la vera causa della dilagante “epidemia” dei problemi di apprendimento, come ben spiegato qui.

La scuola post ’68 ha perso la sua missione formatrice, per diventare un acritico ricettacolo di costumi e tendenze, per lo più determinate e veicolate dai media.

Abbiamo così un mal compreso senso di “democrazia” che trova insegnanti e dirigenti scolastici spesso inermi anche di fronte all’assalto dei genitori: essi stessi soggetti ai fenomeni mediatico-culturali suddetti e di fatto disinteressati ad una formazione responsabile come uomini e cittadini dei loro figli, ma solo ad un avanzamento burocratico anche a scapito di una vera istruzione e crescita.

Alla luce di tutto ciò, possiamo affermare che all’origine delle violazioni del diritto umano in questione abbiamo un’azione combinata di media “intrattenimento-disinformazione-distrazione”, e di politica “mainstream di vari “colori” apparentemente contrapposti.

In sintesi, quest’azione impoverisce il mondo dell’istruzione abbassando il livello della cultura, mentre contemporaneamente sposta il senso civile di convivenza, comunicazione e correttezza nelle relazioni umane.

La principale violazione di questo diritto si può quindi configurare come una sottile opera di restrizione dell’apparente “libertà di opinione”, restringendo le effettive possibilità che abbiamo di poter formare un nostro pensiero personale, libero da influenze e condizionamenti più o meno aperti o subdoli.

Oltre a quanto già detto, per quanto riguarda l’istruzione vediamo come ormai da troppo tempo si tenda a privilegiare una formazione “tecnicista” e “scientifica”, mettendo in second’ordine quelle materie umanistiche capaci di dare una vera conoscenza del linguaggio, utile per qualsiasi percorso futuro, e di favorire la formazione autonoma di pensiero e senso critico.

Tornando ai media ed entrando nel loro specifico modus operandi, dobbiamo denunciare i due più grandi problemi di ordine “deontologico”, che stanno alla base di ogni altro: il primo sarebbe la presunta “necessità” di un “confezionamento eccessivo” della notizia, il secondo sarebbe la policy più importante seguita nel fare tale confezione.

Riguardo al “confezionamento”, spacciato per “servizio”, non possiamo non vedere che i media non solo informano, o pretendono di informare, ma lo fanno in modo tale da “intrattenere” ed “avvinghiare” la loro clientela con una presentazione “spettacolarizzata” e spesso “ansiogena” di una realtà già di per sé falsata e manipolata nelle sue proporzioni ed aspetto.

L’eccesso di questa spettacolarizzazione si compie, in prima battuta, con narrazioni e format in cui si tagliano o si mettono in secondo piano le notizie positive e creative, perché ritenute “poco interessanti”, dando così un quadro della realtà del tutto falsato.

Oltre a ciò, si sottolinea la parte della notizia e della “realtà” più adatta a provocare una reazione impulsiva ed emotiva: in questo modo si continua ad alterare la realtà e la sua percezione, instillando sottilmente la reazione che si vuol ottenere: oltre a tenere avvinghiato lo spettatore al media stesso, si provoca un eccesso di rabbia e/o sgomento che si presta a varie esigenze che niente hanno a che fare con l’informazione, quanto piuttosto con il controllo del pensiero tramite la “reazione”.

Venendo alla policy con cui si opera il confezionamento della notizia/realtà possiamo dire che è il “necessario” perfezionamento della già accennata scelta di privilegiare notizie negative e inquietanti e si pone, di fatto, come prima regola: una notizia per essere ritenuta tale da qualsiasi media deve contenere un “conflitto” interno di qualche tipo.

In questo modo anche la notizia “positiva”, intesa come qualsiasi evento che non contenga pericolo o conflitto, come ad esempio quello di “costume”, di spettacolo o culturale, può essere licenziata dal direttore ed avere il diritto di essere pubblicata.

Il risultato di queste policy operative è quello che vediamo tutti i giorni accendendo una tv o aprendo un quotidiano: un insieme di problemi, pericoli e conflitti, ingigantiti e ulteriormente aggravati da un’esposizione drammatica e cinica.

I giornalisti veramente interessati ad informare ed a fare inchieste scomode ma utili a far capire i veri meccanismi del sistema hanno così sempre meno appeal, sia da parte dei media mainstream sia da parte dello stesso pubblico, già “curato” dal sistema educativo e sempre più incline ad essere spensieratamente intrattenuto.

La politica usa e si fa condizionare da questi meccanismi in un perverso intreccio in cui a perdere è la democrazia, la libertà di informazione e di espressione e la capacità di serio discernimento da parte del cittadino-cliente-spettatore.

Non dobbiamo meravigliarci del fatto che le persone siano sempre più disilluse riguardo la politica e la reale possibilità che il “sistema” si occupi veramente del benessere e della felicità dei suoi cittadini.

Una bilanciata, corretta e “sobria” esposizione dei fatti, accompagnata da veri approfondimenti e proposte creative, libere da influenze lobbistiche di vario tipo, rappresenterebbe quel servizio indispensabile alla democrazia, che sarebbe anche in grado di restituire ai media quel rapporto col pubblico oggi in continua contrazione.

Un aspetto particolare della questione “libertà di opinione ed espressione”, è da sempre dibattuta in Occidente ed in particolare oggi nel nostro Paese: quello che riguarda questioni di ordine morale, ideologico, politico e razziale.

Il dibattito è accesissimo ed il confine fra una doverosa difesa di diritti e principi sacrosanti ed una pretestuosa censura del pensiero è assai labile: credo che l’equilibrio possa e debba trovarsi separando, necessariamente, l’espressione di qualsivoglia idea e teoria, dall’incitamento a commettere veri e propri atti lesivi delle idee, delle libertà, delle dignità e dei diritti altrui, da inasprire a livello processuale se propugnato contro “gruppi” o “etnie”: la commissione di un tale atto o l’incitamento a commetterlo devono sempre essere considerati il punto dirimente in cui si dovrebbe far entrare in gioco la legge e l’ordinamento democratico.

Le mie ulteriori considerazioni vertono sul “cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Dato il controllo del web da parte delle corporation private, controllo che investe ogni nostra azione digitale che entra così a far parte del big data, il “tesoro” della nuova era, è quanto mai urgente e necessario che la politica di uno Stato di diritto torni ad essere sovrana, anche in questo campo: occorre che ogni singolo Paese fornisca ai suoi cittadini piattaforme informatiche di informazione e scambio di informazioni, a qualsiasi livello, gratuite e libere da ogni influenza privata.

Google, Amazon e Facebook, solo per fare tre esempi, oltre ad essere corporazioni talmente ricche e potenti da condizionare politica e sicurezza mondiali, sono permeati e strumentalizzati da interessi politici, strategici, finanziari e di controllo, in maniera così profonda da impedire vere e libere diffusioni e scambi di notizie fra persone.

Il cittadino non è il cliente che “ha sempre ragione” ed a cui è dovuto il servizio, ma diventa una fonte di dati e informazioni su cui costruire fortune ed influenze ai più alti livelli, ed un veicolo di opinioni e modus vivendi creati e veicolati in modo reattivo, rapido e sapiente, o “consolidati” per il tempo necessario a farli apparire come “naturali”, “evoluti”, “desiderabili”.

Il futuro prossimo venturo ci appare così sempre più determinato da lobby che scelgono e costruiscono la nostra realtà e la nostra percezione della stessa, e sulla quale la politica appare sempre meno in grado di poter dire o fare qualcosa, se non arrendersi completamente.

Pensare con la propria testa sarà sempre più difficile se non esigeremo e costruiremo politicamente spazi e modi liberi di opinione e di espressione.

 

Massimo Franceschini,  6 settembre 2018

Questo il bellissimo video relativo all’Art. 19 dell’associazione no-profit: “Gioventù per i Diritti Umani

Questa la sezione sui Diritti Umani di ATTIVISMO.INFO in cui leggere tutti i miei articoli sull’argomento.

 

 

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