VINCOLO DI MANDATO & ALTRE DISTRAZIONI…

fonte immagine: Wikipedia

 

Dobbiamo smascherare tutte le manovre del sistema

 

La nostra democrazia e lo stesso Stato di diritto versano in condizioni assai gravi, dato che la sovranità popolare sancita dalla Costituzione repubblicana sta cedendo sempre più spazio a determinazioni che niente hanno a che fare con gli interessi del Paese e dei suoi cittadini.

I punti critici del nostro sistema politico sono così tanti che per spiegarne veramente la portata occorrerebbe uno spazio ben più lungo di un semplice articolo.

In questo vorrei però affrontare il tema del “vincolo di mandato”, argomento sollevato in modo populista da una politica tesa con tutta evidenza a deviare l’attenzione dai veri macro problemi del sistema.

La questione del vincolo di mandato è del tutto deviante e distraente, ed è in buona compagnia con quella della “riduzione dei parlamentari” e della “legge elettorale maggioritaria”: una triade di argomenti totalmente in linea con i vecchi piani Gelli/P2/Trilaterale che non digeriscono democrazie troppo democratiche, parlamenti troppo rappresentativi e nuovi soggetti politici che possano nascere e crescere nel territorio senza esser tagliati fuori da leggi elettorali fatte su misura per chi già è dentro il sistema mediatico politica-spettacolo.

A questa triade si è aggiunto, da pochi giorni sui tg italiani, il tema del voto ai sedicenni che sembra avere un grosso consenso trasversale: i partiti cercano di allargare la base elettorale aprendo a persone ancora infarcite del pensiero unico della scuola moderna e dei “meravigliosi” gadget elettronici, giovani che ancora non hanno assaggiato responsabilità e durezza del sistema.

Abbiamo quindi un insieme di questioni sollevate da una politica “di sistema” tesa ad ottenere elettori ignari dei veri nodi del sistema stesso, parlamenti e rappresentanze sempre meno rappresentative e sempre meno libere nelle scelte, perché legate in modo indissolubile alle segreterie di partiti in cui non si fa più da un pezzo vera politica.

I partiti “personalistici” della moderna politica-spettacolo sono dei perenni comitati elettorali intenti, in buona sostanza, a svolgere solo due attività: da una parte un grosso lavoro di presenza mediatica, dall’altra un’opera di costante asservimento alle logge di varia natura che governano la politica dell’Occidente, nazionali ma soprattutto sovranazionali.

Quelli che vedono la scelta estiva di staccare la spina al governo da parte di Salvini come determinata fuori dai confini nazionali credo siano nel giusto: l’ennesima conferma che l’Italia non è un Paese libero, sin dagli accordi segreti post 1945.

L’adesione a trattati di varia natura, europei in primis, facilita inoltre il compito di svendita dei beni e delle sovranità dei Paesi ingabbiati nella UE e nel “metodo di governo Euro”, mentre lo sforzo dei partiti principali è solo quello di contendersi contatti, contratti e agganci ad un sistema più complesso e globale che non si fa alcun problema ad usare le divisioni ideologiche e le varie rappresentanze per fini di controllo di Nazioni così sempre meno sovrane.

La voglia di scrivere sul tema specifico del vincolo di mandato mi è offerta dall’interessante articolo dello storico Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 28 settembre scorso: “VINCOLO DI MANDATO: GLI ELETTI E LE IDEE CONFUSE. Democrazia e rappresentanza. La disposizione che vieta il legame garantisce la libertà dei parlamentari, ma serve principalmente a sancire la sovranità degli elettori”.

Della Loggia è una delle poche penne dei media principali ad avere degli approcci sostanzialmente corretti in relazione a varie questioni, come qui per il “caso Bibbiano”, argomento che ho a mia volta approfondito con questo.

L’autore affronta la storia per spiegare il perché del divieto al vincolo di mandato, più precisamente dalla Rivoluzione Francese che vedeva cancellata la sovranità del Re e che poneva quindi il problema di come esprimere la nuova sovranità, quella della  nazione e del suo popolo: “… il Parlamento non esiste come un unicum, è composto necessariamente di individui … si divide sempre in una maggioranza e una minoranza. Ovvia a questo punto la domanda: chi esprime in tal caso la sovranità? La maggioranza o la minoranza? E ancora: si può mai pensare una sovranità che si divide? Se in caso di divisione è alla maggioranza che, puta caso, viene riconosciuta la qualifica di depositaria della sovranità, allora gli altri membri del Parlamento rimasti in minoranza a quel punto che cosa sono? Come possono essere considerati ancora titolari della sovranità? La soluzione a suo modo logica di questi problemi – non a caso quella storicamente adottata – è stata quella di considerare ogni singolo eletto dal popolo, ogni parlamentare, semplicemente in quanto tale il rappresentante della nazione-popolo nel suo insieme, e quindi il depositario della sua intera volontà sovrana. Sicché quando il Parlamento si divide in una maggioranza e in una minoranza questo non significa affatto una vera divisione, una frantumazione della sovranità, ma semplicemente, diciamo così, una sua manifestazione articolata. È solo per precisare definitivamente questa che si adotta il principio di maggioranza. È una pura finzione, si capisce. Ma è una finzione che serve a mantenere in piedi un principio fondamentale (il principio della sovranità popolare) evitando che tale principio possa essere manipolato a fini politici di parte, ad esempio decretando che la sovranità popolare sia rappresentata esclusivamente dalla maggioranza parlamentare. Con le conseguenze che è facile immaginare. È una finzione che ha peraltro, una conseguenza importantissima. Vale a dire che ogni singolo deputato, titolare dell’intera sovranità, non può in alcun modo essere considerato il rappresentante solo di una parte del popolo, solo della parte che lo ha eletto. Titolare simbolicamente dell’insieme indiviso della sovranità, egli deve necessariamente rappresentare, altrettanto simbolicamente, tutto il popolo, il corpo elettorale nella sua interezza. … i parlamentari non devono/non possono essere dei delegati dei loro elettori. Non devono/non possono essere dei semplici incaricati di riprodurre meccanicamente le opinioni, vincolanti per l’appunto a un mandato ricevuto sulla base di una presunta identità di opinioni talché se viene meno tale identità perché il parlamentare ha cambiato idea o schieramento allora esso debba essere obbligato a dimettersi. Abolire i divieto del vincolo di mandato, insomma, potrà pure avere l’effetto positivo di contrastare il trasformismo. Ma al prezzo di una conseguenza ancor più grave: di infliggere un colpo mortale alla democrazia rappresentativa nel suo fondamento costitutivo rappresentato dalla sovranità popolare. Coloro che credono davvero nel primato di tale sovranità e hanno una quantità di sale in zucca sufficiente per crederci con un minimo di cognizione di causa ci pensino dunque due volte, e magari anche tre, prima di parlare a vanvera additando rimedi demagogici sicuramente peggiori del male che vorrebbero curare”.

Condivido in pieno anche l’osservazione dello storico sul fatto di quanto sia “… paradossale che a essere soprattutto scandalizzati di quel divieto, scagliandosi con parole di fuoco contro di esso, siano proprio coloro che sostenendo l’opportunità della democrazia diretta si presentano come i massimi difensori della sovranità popolare”.

Osservazione questa talmente efficace sull’ipocrisia dei “rappresentanti” 5 Stelle, in grado di svelare la reale natura di un movimento che, ormai credo indubitabilmente, si pone come forza politica centrale di sostegno agli interessi del sistema lobbistico-finanziario, capace di interpretarli disinvoltamente alleandosi con tutta tranquillità ora a “destra” ora a “sinistra”, senza batter ciglio.

E torniamo così agli interessi che in pochi decenni hanno del tutto depotenziato la sovranità popolare del nostro Paese togliendoci politica economica, moneta sovrana, politica del credito, degli investimenti, del lavoro e libertà di legiferare nell’interesse dei cittadini.

Dobbiamo capire la reale portata della narrazione sostenuta da media e politica di sistema, prima che il nostro Paese perda ogni possibilità di restituire ai cittadini la comprensione dei veri interessi in gioco.

Prima che il sistema si trasformi definitivamente in un muro inespugnabile di concetti e slogan pubblicitari tesi a venderci come “progresso” il definitivo annullamento dello Stato di diritto.

 

Massimo Franceschini, 1 ottobre 2019

qui il mio libro, un programma politico ispirato ai diritti umani

Lascia un commento