La crisi della democrazia è la crisi del giornalismo

Abbiamo tradotto questo interessante articolo di Michael Neudecker, pubblicato il 26.01.2014 sul blog:
http://mneudecker.blogspot.com/2014/01/la-crisis-de-la-democracia-es-la-crisis.html

L’opinione pubblica spagnola ritiene che la democrazia parlamentare sia in crisi, non a causa dell’emergere di altri modelli politici alternativi, ma a causa della perdita di prestigio dei propri attori. I politici sono identificati come responsabili del loro declino. Ma che dire degli altri attori altrettanto importanti per la salute democratica, come i mezzi di informazione? Già nel 1920 il giornalista Walter Lippmann descrisse il potere d’influenza dei professionisti della stampa: “La crisi della democrazia è la crisi del giornalismo”. Anche i mezzi di informazione sono responsabili?

Il famoso giornalista americano Walter Lippmann pubblicò nel 1920 il saggio “Libertà e informazione” (Liberty and News), un testo nel quale vincola direttamente la salute della democrazia con la salute del giornalismo.

Lippmann spiegò che in una democrazia di massa in un mondo moderno, burocratizzato e complesso, l’azione parlamentare stava “diventando notevolmente inefficace“. Di conseguenza emerge “una classe di governo apertamente descritta come autocrazia plebiscitaria o governo tramite l’informazione“.

L’opinione pubblica, cioè l’opinione degli elettori, sarebbe diventata l’elemento politico cruciale al posto del Parlamento. Dal canto loro, i politici che vogliono raggiungere il governo e i governi che vogliono essere rieletti devono tenere conto di tale opinione, quindi il loro futuro dipende dalle informazioni che gli elettori ricevono. Affinché la democrazia funzioni l’informazione deve essere veritiera (che non significa “verosimile”), seria e responsabile, in modo che si prendano le migliori decisioni per la società.

Tuttavia queste notizie sono fornite dai mezzi di informazione che, a loro volta, sono per lo più di proprietà privata e tutelano interessi privati che non necessariamente coincidono con l’interesse generale. Lippmann mise in guardia sui rischi per la democrazia: “Le notizie sono la principale fonte di opinione attraverso la quale i governi vengono guidati. Nella misura si interpone una mediazione tra il cittadino comune e i fatti, guidata da interessi interamente privati ed esenti da qualsiasi forma di controllo, per quanto le notizie possano essere sublimi, nessuno può affermare che l’essenza democratica del governo sia sicura“.

 

Conflitto di interessi

Gli interessi privati nei mezzi di informazione sono incompatibili con la democrazia? Quasi un secolo fa Lippmann mise in evidenza il conflitto tra gli interessi privati dei proprietari dei mezzi di informazione e gli interessi di consenso sociale che sono alla base del funzionamento della democrazia.

Le colonne dei giornali sono messaggeri“, affermò Lippmann. “Quando coloro che controllano la stampa si arrogano il diritto di determinare secondo le proprie convinzioni ciò che deve essere notizia e con quale scopo, la democrazia cessa di funzionare e si blocca l’opinione pubblica“. In questo senso Lippmann fu molto esplicito dicendo che “l’opinione pubblica si manifesta raggruppata intorno a determinati gruppi di interesse che fungono da enti governativi di fuori di qualsiasi regolamentazione.

Ovvero, quando si tratta di pubblicare una notizia l’interesse privato prevale sull’interesse comune, la verità non costituisce la materia dell’informazione che i cittadini ricevono per prendere le proprie decisioni e la democrazia ne viene adulterata e danneggiata. Questa considerazione portò Lippmann a porre un’altra domanda decisiva per il futuro della democrazia: “Un governo fondato sul consenso può sopravvivere in un’epoca in cui la produzione del consenso è nelle mani di attività private prive di regolamentazione?”

 

Regolamentazione sì o no?

Proseguendo il discorso il giornalista americano arrivò a porre un’altra domanda spinosa, e non per questo meno importante:”E’ possibile avere una democrazia senza un controllo della qualità del giornalismo?” Ma anche: “E’ possibile avere un giornalismo controllato?”.

Lippmann difendeva un giornalismo veritiero e indipendente (anche dei suoi stessi proprietari). Cioè, un giornalismo libero, la cui importanza era tale per lui da costituire addirittura l’essenza della sua definizione di libertà. Diceva: “La libertà è il nome che diamo ai mezzi attraverso i quali proteggiamo e aumentiamo la veridicità delle informazioni sulla base delle quali agiamo“.

Ovvero, la libertà di stampa è fondamentale per la sua indipendenza e quindi affinché si pubblichi la verità, rendendo possibile la democrazia. Ma è anche vero che questa libertà consente di manipolare la verità, danneggiando così l’informazione, dal momento che la false dichiarazioni restano impunite. Lippmann proponeva il seguente esempio: “Se mento in una causa riguardante la mucca del mio vicino, rischio di andare in prigione. Ma se mento a un milione di persone su un argomento che riguarda la guerra o la pace, posso dire quello che voglio e, se scelgo la giusta serie di bugie, rimarrò senza alcuna responsabilità.

Sorge un problema L’enorme responsabilità della stampa nel funzionamento della democrazia la obblia a pubblicare la verità e a farlo con rigore. Ma chi controlla che sia così? I poteri pubblici? Altri poteri privati? Lo stesso giornalista? Tutte le risposte sono controverse poiché non esiste un controllo sincero e completamente neutrale che costringa un giornalista ad essere veritiero. Le stesse nozioni di libertà e indipendenza rifiutano per definizione ogni tipo di controllo.

Comunque gli interessi esterni (e propri) del giornalista non sono gli unici nemici della verità quando si tratta di informare la società. Anche la stessa società e le condizioni dell’ambiente in cui il giornalista opera influenzano il suo lavoro.

 

L’eccesso di informazione e la precarietà nel giornalismo

Già nel 1920 Lippmann osservava che la stessa complessità della società moderna rende molto difficile che le notizie vengano trattate con il rigore che merita, così come la loro corretta interpretazione da parte del pubblico. Diceva Lippmann: “La vasta rielaborazione di questioni politiche è la radice dell’intero problema. Le notizie arrivano da lontano; arrivano senza ordine o concerto, in una confusione inimmaginabile; riguardano argomenti non facili da capire; assimilati da persone molto occupate e affaticate, che devono accontentarsi di quanto viene dato loro“.

Questa frase ha quasi un secolo di vita ma potrebbe essere perfettamente trasferita all’attuale panorama dei mezzi di informazione, caratterizzato dal costante bombardamento di informazioni, da velocità e brevità (massimo 140 caratteri) che sono necessari per informare su questioni fondamentali per la vita dei cittadini. Questi a loro volta riescono a fatica ad assimilare questo eccesso di informazione, quindi sono lasciati con semplici informazioni generiche e titoli su quanto accade. In questo modo si modella l’opinione pubblica, che domina il corso della democrazia.

D’altra parte i giornalisti soffrono di un sempre maggiore carico di lavoro che impedisce loro di analizzare meglio le loro informazioni e una precarietà lavorativa che li spinge a una maggiore dipendenza dai proprietari dei mezzi di informazione e quindi dai loro interessi privati. Ma non si tratta di una situazione nuova. Come già diceva Lippmann quasi un secolo fa, l’identificazione dei giornalisti dipendenti con gli interessi dei loro padroni ha come conseguenza che “il lavoro dei giornalisti è finito per confondersi con quello dei predicatori, dei missionari, dei profeti e degli agitatori“.

Questo degrado è causato dalla vulnerabilità dei giornalisti che non ha mai smesso di essere una realtà, oggi così come nel 1920. Secondo il “Rapporto annuale della professione giornalistica 2013” prodotto dalla Asociación de la Prensa de Madrid, da metà 2008 – l’inizio dell’attuale crisi economica in Spagna – fino ad ottobre 2013, sono stati colpiti in Spagna 11’151 posti di lavoro giornalistici sono stati colpiti in Spagna, di cui 4’434 – 40% del totale – solo nel 2013. Allo stesso modo, dalla metà del 2008, si è notato la chiusura di 284 testate giornalistiche, 73 solo nel 2013.

Molti giornalisti sono stati licenziati e gli altri hanno paura di perdere il lavoro. Questa situazione aumenta il potere dei loro datori di lavoro, che possono imporre impunemente i loro interessi privati ai professionisti del giornalismo. Ad esempio, il 79,3% dei giornalisti intervistati afferma di aver ricevuto delle pressioni dai propri superiori sullo svolgimento del proprio lavoro. Di conseguenza, questa situazione influisce sulla qualità dei mezzi di informazione. Solo il 56,4% dei giornalisti ha fiducia nelle informazioni che ricevono attraverso i mass media.

Questa è la situazione del giornalismo in Spagna, l’attore incaricato di mediare tra i cittadini e la politica e di plasmare l’opinione pubblica, la quale ritiene che la democrazia parlamentare sia in crisi. È sempre più difficile per i giornalisti lavorare con libertà e, quindi, di essere in grado di pubblicare la verità sulle notizie. Lippmann aveva suo tempo avvisato: “Quando tutte le notizie che arrivano sono di seconda mano, dove tutte i testimoni sono incerti, gli uomini smettono di rispondere alle verità e iniziano a rispondere semplicemente alle opinioni“.

Pertanto, vale la pena chiedersi: fino a che punto i mass media riflettono la realtà quando parlano di “crisi di legittimità della democrazia” e di chiedersi se stiano piuttosto riproducendo l’opinione degli interessi di coloro che danno loro un posto di lavoro.

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