La Costituzione non è da riformare, ma da ATTUARE.

di Giovanni Lazzaretti

Lo Stato ha la Costituzione come sua pietra angolare. Sì, lo so, è imperfetta, come ogni cosa umana. Ma l’investimento culturale che venne fatto nel 1946-1947 è qualcosa di enorme in termini di tempo speso e di teste pensanti all’opera, e merita un doveroso rispetto.

Il rispetto chiave è questo: riconoscere che la classe politica fatiscente che si è andata formando dopo la Prima Repubblica non è mentalmente in grado di partorire miglioramenti alla Costituzione.

Si può modificare la Costituzione? Sì, con la maggioranza dei due terzi. Se invece la modifica viene approvata con maggioranza assoluta, può essere sottoposta a referendum popolare. 

Ma sono numeri pensati per un sistema elettorale proporzionale: due terzi di parlamentari voleva dire più o meno “due terzi del popolo”; maggioranza voleva dire più o meno “maggioranza del popolo”. Adesso che i meccanismi maggioritari hanno alterato la corrispondenza tra parlamento e popolo (oltre a esserci un astensionismo abnorme) le cautele nel toccare la Costituzione dovrebbero essere amplificate.

Invece è proprio adesso, in epoca maggioritaria, che le cautele vanno a farsi benedire: il grosso degli stravolgimenti realizzati, oppure tentati e non realizzati, avvengono tutti nella brutta epoca successiva alla Prima Repubblica.

 

Breve storia delle varianti tentate e delle varianti realizzate

Ricordiamoli allora questi passaggi, mettendoci sempre nell’ottica della direttrice: «Ho chiari i princìpi e non mi lascio manipolare dal contingente».

Qui invece vedrai sempre: «Ho poco chiari i princìpi, e mi lascio guidare dal feticcio del presente».

 

2001 – il feticcio del federalismo

L’Ulivo partorisce la riforma del titolo V della Costituzione. 

E’ il classico esempio dell’attualità (sarebbe meglio chiamarla “attualismo”: è infatti un’ideologia) che altera i princìpi. Siccome “era di moda” essere federalisti, il centro-sinistra vuole fare vedere che il federalismo non è appannaggio del centro-destra.

Così creano un assetto federale attribuendo malamente le competenze alle regioni.

E dico “malamente” non a caso; sul Sole24ore (6 settembre 2019) c’è una tabella riepilogativa sulle liti Stato-Regioni dopo il 2001: «Le liti tra Stato e Regioni impegnano 1 sentenza su 2 della Consulta – I conflitti sulla legislazione concorrente hanno prodotto in 17 anni oltre 1.800 ricorsi». 

Come ottennero quella riforma? Con una maggioranza semplice, che corrispondeva a una minoranza degli elettori (miracoli del maggioritario). Quindi viene indetto il referendum. 

Nel frattempo però, 13 maggio 2001, la Casa delle Libertà vince le elezioni sull’Ulivo di Rutelli (quasi +15% nel proporzionale) e quindi si disinteressa completamente del referendum dell’ottobre 2001: tanto, pensavano, la Costituzione dobbiamo riscriverla noi nella legislatura 2001-2006, col federalismo “vero”.

Al referendum va a votare il 34,05% degli italiani, i SI vincono col 64,21%, i NO hanno il 35,79%.

Io (caso unico, mi pare) non vado a votare: non entro nel merito della questione, è il maggioritario coi suoi metodi che mi disgusta.

 

2006 – il feticcio del maggioritario

Il centro-destra partorisce la sua riforma, ovviamente sempre ottenuta con maggioranza semplice.

Esagera, perché non si limita a sistemare le cose sbagliate del Titolo V, ma aggiunge una riforma del Titolo II che instaura il “premierato”: il Capo del Governo viene trasformato in Primo Ministro eletto dal popolo, e c’è quindi la codificazione del maggioritario a livello di Costituzione. 

Di nuovo il feticcio attuale (il sistema maggioritario) che va ad alterare i princìpi.

Nel frattempo, aprile 2006, l’Unione vince le elezioni con lo 0,07% di vantaggio, sufficiente però a far cambiare il vento. Al referendum del giugno 2006 vanno a votare il 52,46% degli italiani, i SI sono solo il 38,71%, i NO il 61,29%, e la riforma del centro-destra non passa.

Resta quindi in vigore la Costituzione taroccata dal centro-sinistra nel 2001.

Quella volta votai un “sì”, sommesso. 

Sono andato a rileggermi le motivazioni di allora: «Ho scritto volutamente il “sì” in piccolo: non attribuisco a questo voto nessuna valenza universale e non faccio inviti vigorosi a votare SI».

Il motivo era che, se vinceva il SI, subito dopo il centro-sinistra avrebbe fatto la sua nuova riforma della riforma, togliendo il premierato. E sarebbero rimaste, si spera, le giuste correzioni al Titolo V.

Ma comunque, al solito, le mie motivazioni sono più complesse: se hai voglia, vai a rileggere il testo del 2006.

 

2012 – il feticcio del debito

Torna l’attualità a danno dei princìpi. 

Poiché non riusciamo a tenere sotto controllo il debito, il solerte Monti fa inserire il pareggio di bilancio (COMPRESI GLI INTERESSI PASSIVI) in Costituzione: una tassa perpetua ai finanzieri.

E un Parlamento ridotto a mite pecorella approva con la maggioranza dei due terzi: niente referendum.

 

2016 – il feticcio della governabilità

La legislatura 2013-2018 sperimenta l’ingovernabilità da maggioritario, per il boom dei 5 Stelle.

E Renzi, con una atto di hybris, partorisce una riforma globale della Costituzione, dove il Senato cambia di funzione e dove quindi la maggioranza alla Camera è sufficiente per comandare il paese: maggioranza alla Camera di tipo maggioritario, corrispondente quindi a una netta minoranza nel paese.

65,48% di votanti, 40,88% i SI, 59,12% i NO. Renzi si dimette. La Costituzione (taroccata del 2001 e sporcata nel 2012) è salva dal disfacimento completo.

 

Il feticcio di oggi: risparmio

Quale è il feticcio di oggi sulla riduzione del numero dei parlamentari?

Beh è un feticcio piccino, a misura di Di Maio: ridurre la casta e risparmiare.

A spanne dicono: risparmieremo 500 milioni a legislatura.

Ossia 100 milioni all’anno, visto che i conti dello Stato non si fanno “a legislatura”.

Innanzitutto limiamo la cifra.

I parlamentari hanno un’indennità lorda di 10.400 euro (al netto delle trattenute sono 5.000 euro circa), poi hanno una serie di rimborsi (per collaboratori, consulenze, convegni, diaria, telefono, viaggi, eccetera) stimabile tra 8.000 e 9.000 al mese (questi rimborsi non sono soggetti a trattenute).

Costo annuale = 10.400 x 13 mesi + 8.500 di media x 12 mesi = 237.200 euro.

Risparmio per il taglio di 345 parlamentari = 237.200 x 345 = 81.834.000 euro.

82 milioni l’anno. Ma la cifra è una finzione, perché le imposte sugli stipendi ritornano allo Stato (lascio perdere le trattenute previdenziali, lascio perdere il fatto che le indennità vengono spese e generano quindi altre entrate per lo Stato).

Bisogna come minimo togliere l’IRPEF che, su 10.400 x 13 mesi = 135.200 euro vale 51.306 euro.

81.834.000 – 51.306 x 345 = 64.133.430 euro. Il risparmio reale è 64 milioni circa.

Tanto, poco? 

Pensate che il governo ha appena riannunciato 11.000.000 di mascherine al giorno per la scuola. Cosa costeranno, 10 centesimi l’una? Se costano 10 centesimi l’una abbiamo

11.000.000 x 200 giorni di scuola x 0,10 euro = 220.000.000 euro. 

Ecco vanificati in un solo colpo più di 3 anni di riduzione di parlamentari.

Se le mascherine costano di più, fai tu i conti.

 

Il feticcio bis: allinearsi all’Europa

Non poteva mancare l’Europa: siamo quelli che hanno più parlamentari in Europa!

Va beh, quello è il numero assoluto. Ma noi siamo uno dei paesi più popolosi.

Rapportato al numero di abitanti, siamo al 23° posto in Europa, ossia siamo tra i paesi con meno parlamentari.

Se passa la riforma, diventeremo ultimi in Europa per rappresentanza.

Quindi il feticcio dell’Europa è un po’ come il feticcio del risparmio: risibile.

Ma è possibile fare ragionamenti con chi vuole inondare la scuola con 11.000.000 x 200 giorni = 2,2 miliardi di mascherine?

 

La realtà

La realtà è che potevano ridurre il costo dei parlamentari riducendone semplicemente gli stipendi, sempre che questo risparmio abbia qualche significato (corrisponde a 3 mesi di mascherine).

La realtà è che abbiamo un numero di parlamentari del tutto adeguato e, anzi, tendenzialmente basso.

La realtà è che ridurre il numero di parlamentari significa blindare ancor più la casta, sempre più lontana e sempre più impermeabile al popolo.

La realtà è che attualmente il parlamento sembra un ente inutile perché ci siamo abituati a far partorire tutto dai tecnici governativi: ci siamo dimenticati che il parlamento dovrebbe avere potere legislativo e il governo potere esecutivo.

La realtà è che tutto questo svilimento nasce dal sistema maggioritario: le elezioni nel maggioritario (quando funzionano) producono una maggioranza parlamentare uguale alla maggioranza governativa, per cui viene naturale far partorire tutto dal governo lasciando al parlamento solo la ratifica.

 

La sintesi

La sintesi è che non si tocca la Costituzione per boiate che possono essere risolte con leggi ordinarie.

I feticci del momento (federalismo, maggioritario, debito, governabilità, risparmio “alla Di Maio”) non devono o non dovrebbero tradursi in modifiche costituzionali, 

  • perché questi feticci sono inconsistenti e svaniscono nel breve termine
  • e perché le teste dei Costituenti erano oggettivamente di livello superiore rispetto ai politicanti attuali, non fosse altro perché non avevano la TV sulla quale dover comparire un giorno sì e l’altro pure.

Lasciate stare la Costituzione, piccoli politicanti del tempo attuale.

 

E i partiti?

I partiti ovviamente non c’entrano nulla nella nostra scelta.

C’entrano perché condizionano le persone, e faranno vincere il SI senza colpo ferire, ma qui siamo nell’ambito della democrazia diretta, non abbiamo bisogno dei mediatori.

Non vale quindi il mio discorso classico che “dove c’è la Bonino io non ci sono di sicuro”, varrebbe solo se la Bonino fosse la promotrice del referendum.

Le posizioni che mi sconcertano di più sono quelle di PD e Lega.

Il PD era contro la riforma costituzionale e adesso chiede il SI per non spaccare il governo giallo-rosso.

La Lega vota SI per coerenza coi SI che diede quando era nel governo giallo-verde: ma quel SI era stato dato all’interno di un contratto di governo, come “rospo” da digerire in cambio di altre cose. Non c’è nessuna coerenza nel rispettare un contratto che non esiste più.

Insomma gli uni e gli altri sono condizionati da un partito che sta sparendo dal territorio italiano. 

Mah.

 

Voto NO

Voto NO, perché voglio conservare la Costituzione così com’è (pur scassata dall’Ulivo nel titolo V, pur sporcata da Monti col pareggio di bilancio) in attesa che qualcuno si dia da fare, semmai, per realizzarla invece che per “migliorarla”.

Voto NO perché le ideuzze del momento partorite da politici di piccolo calibro non possono intaccare l’impianto della Costituzione, così come il covid non intacca l’idea di scuola della nostra direttrice.

Voto NO perché, quando (si spera) torneremo al proporzionale, noi avremo certamente bisogno di quel numero di parlamentari deciso dall’Assemblea Costituente: 1 deputato ogni 80.000 abitanti, 1 senatore ogni 200.000 abitanti. 

Fanno 1056, un po’ di più di quelli attuali.


Hybris del maggioritario

La Costituzione è la legge fondamentale e, come tutte le cose umane, non è perfetta. Ma, costruita da menti robuste, costruita dopo una tragedia che non faceva indulgere in leggerezze, costruita da un’Assemblea votata col proporzionale, pensata per 18 mesi, approvata da sistemi di pensiero trasversali, ha le caratteristiche giuste per essere guardata con rispetto.

Con rispetto vuol dire: devo cogliere la lettera e lo spirito. E lo spirito non è qualcosa che aleggia nell’aria, è costituito dalla discussione dell’Assemblea Costituente, i cui verbali sono disponibili.

Quando scrive “due terzi”, l’Assemblea non sta pensando a due terzi di parlamentari comunque raccattati. L’Assemblea è stata eletta in forma strettamente proporzionale, ed è ovvio che l’Assemblea “pensa proporzionale”: due terzi di parlamentari che sono due terzi di popolo.

Due terzi vuol dire che mi è impossibile fare una variazione della Costituzione per interessi di parte, perché due terzi coinvolge comunque una buona fetta di opposizione.

All’inizio non era nemmeno prevista la possibilità del referendum, quindi o due terzi o niente. E’ solo dal 1970 che compare la possibilità di maggioranza assoluta + referendum confermativo se richiesto.

Comunque per 30 anni anche dopo il 1970 non accade nulla: le leggi che modificano la Costituzione in piccole parti o hanno i due terzi, oppure sono approvate a maggioranza assoluta senza che nessuno poi chieda il referendum (quindi o le varianti erano modeste, oppure era moderato il dissenso).

Ma quando il sistema elettorale maggioritario si consolida nelle menti, ecco iniziare i guai

Nella legislatura 1996-2001 il vincitore delle elezioni era stato Prodi, ma ci furono ben 4 governi: Prodi, D’Alema 1, D’Alema 2, Amato.

In parlamento c’era una maggioranza

  • che aveva vinto grazie al meccanismo della “desistenza”, quindi avendo con sé la minoranza degli elettori
  • che non aveva nulla di solido (4 governi in una legislatura col maggioritario, un record)
  • che sapeva di perdere sicuramente alla prossima imminente tornata elettorale (la Lega non si era alleata col centrodestra nel 1996, ma si sarebbe alleata nel 2001; e infatti nel 2001 ci fu uno scarto del 15%)
  • che sapeva quindi che la maggioranza dei parlamentari non aveva nessun vago contatto con la maggioranza degli elettori

e questa maggioranza finta concepisce e approva la riforma del Titolo V della Costituzione, che poi viene confermato in un referendum con astensionismo del 66%.

Confronta questo metodo col metodo di creazione della Costituzione, e vedrai che puoi definirlo con una sola parola: hybris (tracotanza, eccesso, superbia, orgoglio, prevaricazione, scegli tu la parola più adatta tra quelle elencate da Wikipedia). 

1.800 contenziosi tra Stato e Regioni nascono da questa hybris.

E’ la stessa hybris del centrodestra 2006 quando vuole riparare i danni del Titolo V (giustamente) e al contempo introdurre il premierato. E’ la hybris all’ennesima potenza di Renzi 2016 che vuole rifare la Costituzione dalle fondamenta, con la maggioranza più raccogliticcia e traditrice dell’elettorato che mai sia esistita.

Ma questi due non passano. Passa invece la tragica riforma di Monti, che blocca sullo zero il bilancio dello Stato, il che è come dire “allo Stato è vietato essere il propulsore dell’economia”.

Adesso c’è la piccola hybris del piccolo Di Maio…

 

Manualino per la Costituzione

Il manualino per la Costituzione è questo.

 

PRIMO

I due terzi (non di parlamentari, ma di popolo) devono essere il punto di riferimento di chi vuole fare delle riforme costituzionali condivise.

Se non hai quei due terzi, è meglio, molto meglio, che la stessa maggioranza che ha approvato una legge costituzionale chieda essa stessa l’abrogazione della legge che ha appena approvato.

Altrimenti la palla passerà a un popolo disamorato, che si astiene in modo massiccio, e quindi l’approvazione o non approvazione potrebbe assumere anche l’aspetto della lotteria.

 

SECONDO

Quando si creò la Costituzione le Regioni non esistevano; le prime elezioni sono del 1970. Niente di strano quindi che, dopo 30 anni di Regioni, nell’anno 2000 si pensasse a una riforma costituzionale che mettesse a punto le competenze.

Ma il Titolo V, riformato per hybris e non per condivisione, ha prodotto 1.800 contenziosi e quindi va sicuramente riformato di nuovo.

Va riformato tassativamente coi due terzi, perché l’idea di federalismo/devoluzione alle regioni ha delle differenze grossissime tra le varie forze politiche.

O l’approvi coi due terzi, o crei l’ennesimo obbrobrio.

 

TERZO

La riforma Monti è accettabile che venga controriformata anche da una maggioranza raccogliticcia. 

Tanto non è che le teste pensanti devono partorire chissà cosa: devono solo cavare l’articolo di Monti sul pareggio di bilancio, e rimettere l’articolo della Costituzione che c’era prima.

Questa riforma mi va bene anche se viene approvata con una partecipazione popolare dell’1%, perché è la solidità dell’articolo precedente che fa da garanzia.

 

QUARTO

I cambi di Costituzione devono essere limitati. 

Se vuoi riformare la Costituzione dalle fondamenta, allora devi rassegnarti a tutto il percorso: 

  • nuova Assemblea Costituente eletta col proporzionale puro, 
  • tre anni di lavori (18 mesi non bastano più, col livello di litigiosità e di ignoranza che si è raggiunto), 
  • possibilità che alla fine non si arrivi a un testo condiviso.

Questo iter creerebbe la Seconda Repubblica, quella vera, non quella finta creata nel 1994 a uso dei giornali.

Naturalmente, dal mio punto di vista, Dio ci scampi dalla Seconda Repubblica.

 

QUINTO

Anche se tutti se lo sono scordato, la Costituzione, più che da riformare, è da ATTUARE: se scorri gli articoli e ti soffermi anche solo sui concetti di economia, educazione, famiglia, lavoro, risparmio (in ordine alfabetico) vedi che siamo lontanissimi dalla realizzazione.

Ma le teste piccine continuano a pensare che la Costituzione sia solo un giocattolo da “riformare”, invece che da attuare.

 

SESTO

Ogni volta che uno scopo si può raggiungere per legge ordinaria, modificare la Costituzione è un atto stupido. 

Vuoi “risparmiare”? Riduci stipendi e rimborsi spese. Ma se anche li lasci così, non succede nulla al bilancio dello Stato. 

Quello del 20 21 settembre è un referendum piccino piccino. Ma proprio per questo il NO deve essere più forte, perché altri non ci riprovino.

 

SETTIMO

Quando pensi alla Costituzione, dimentica il “qui e ora”. La Costituzione è costruita per durare a lungo e per superare le mode

Concetti come devolution, federalismo, governabilità, premierato, spending review, vanno di moda per un po’ e poi svaniscono nel nulla: non puoi farne il tuo faro per “migliorare” la Costituzione.

Adesso siamo in una situazione di premierato con un premier che il popolo nemmeno conosceva, con Regioni e Stato che si fanno i dispetti tra loro, con la spending review che si è trasformata nella produzione di massa dell’inutile, con la governabilità costituita da due forze incollate tra loro che in campagna elettorale si odiavano.

Devolution, federalismo, governabilità, premierato, spending review: tutto in soffitta.

 

Cosa dovremmo cambiare

In pratica cambierei il Titolo V, ma solo coi due terzi “veri”. E cambierei l’articolo di Monti anche con una maggioranza falsa, perché non si tratta di innovare, ma di fare retromarcia.

Per tutto il resto abbiamo bisogno di teste migliori di quelle attuali.

C’è bisogno di attuare, non di riformare.

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