I DIRITTI UMANI E LO STATO DELLA CIVILTÀ Articolo 20. Torniamo a riunirci per i nostri diritti e senza l’arbitrato dei media

il mio libro, un programma politico ispirato ai Diritti Umani

 

Una comunità che non parla con se stessa non è una comunità viva

 

Ciao, dato che i Diritti Umani sono 30, con questo articolo raggiungo i 2/3 del viaggio! Il punto in questione riguarda un diritto della massima importanza.

Articolo 20

  1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
  2. Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.

 

Anche se il diritto in questione non è ufficialmente in discussione, almeno nei paesi “democratici”, non possiamo non vedere come l’attuale cultura e lo stato della nostra consapevolezza civile sembrino “tramare” contro questo diritto: siamo sempre più isolati gli uni dagli altri, sempre più immersi nel nostro universo “relazionale” e di intrattenimento/distrazione mediatico-virtuale, sempre più culturalmente inermi dopo aver “studiato” in una scuola che ha perso le basi, come ben spiegato qui, sempre meno “forti” e speranzosi in un futuro migliore, sempre meno combattivi, sempre più stressati ed incapaci di dedicare ulteriori energie per scopi che richiederebbero sforzi e responsabilità, appunto ben maggiori di quelli sufficienti alla distrazione/intrattenimento.

Le cause di questa situazione sono molteplici ma si possono individuare, essenzialmente, in una deriva culturale apparentemente contraddittoria: da una parte si decanta la globalizzazione ed un mondo senza frontiere, però di fatto solo per i capitali, la finanza e per la costrizione alle migrazioni di massa, dall’altra si cerca con tutta evidenza di restringere le capacità cognitive dei più nei seguenti modi: a. distruggendo le basi dell’apprendimento nella scuola pubblica, come espresso nell’articolo linkato sopra; b. disinformando o informando in modo parziale e scorretto tramite dei media che rispondono a pochi gruppi privati mondiali, e che comunque determinano le priorità e la direzione per ogni dibattito sociale; c. distraendo le nuove ma anche le vecchie generazioni, nei mille modi permessi da una tecnologia senza controllo di cui l’intelligenza artificiale rappresenta l’ultimo idolo da “adorare”; d. favorendo una cultura di stupefacenti “legali” e illegali di vario tipo per schiavizzare, mentre si propalano ipocriti messaggi sugli “usi ricreativi” o di “potenziamento” permessi da varie sostanze; e. creando sempre più problemi di tempo/sopravvivenza alla maggior parte di noi.

Il risultato di questi fattori, assolutamente non casuali, è sotto gli occhi di tutti se, ad esempio, confrontiamo la nostra epoca con quella degli anni ’50, ’60, ’70: anche se tutti gli elementi di alienazione personale e sociale erano già in marcia, che porteranno alla situazione attuale di sempre maggior difficoltà per ogni speranza di miglioramento della condizione umana, erano decenni di intenso fermento culturale, politico ed associativo.

Non eravamo ancora così “individualizzati” e chiusi nei nostri mondi/problemi, avevamo speranza di riforme positive, ci si riuniva per cambiare la realtà, per costruire una pace mondiale e per un progresso che non uccidesse l’uomo e la sua libertà.

Oltre a definire ed informare sulle problematiche qui espresse, la politica di uno Stato di diritto che sia dalla parte dei suoi cittadini dovrebbe tentare di rimuovere gli ostacoli che si frappongono alle reali possibilità di attuazione di questo diritto e dovrebbe, inoltre, predisporre in ogni città e comune spazi fisici gratuiti, sempre disponibili all’uso assembleare.

Oltre a ciò, ogni nazione dovrebbe avere la possibilità di aprire spazi virtuali sul web da offrire ai suoi cittadini, liberi dalle barriere, dai meccanismi e dagli interessi delle lobby che gestiscono le maggiori piattaforme di comunicazione virtuali.

Per quanto concerne il punto due, sacrosanto, si dovrebbe anche liberare ogni ambito, prassi o rapporto in cui una persona si trovi liberamente coinvolta, sia nel mondo reale sia nel web, di natura commerciale o di altro tipo, da particolari clausole insite nella richiesta di entrare “nel gruppo” per poter proseguire il rapporto di aggiornamento o di semplice “presenza”.

Come per altri diritti, anche qui occorre trovare un equilibrio e discernere due aspetti.

Un qualsiasi gruppo ha certamente tutto il diritto di chiedere un’associazione “condizionata” a chi ne vuol far parte, anche per responsabilizzare, selezionare e controllare la genuinità dell’impegno e dell’interesse.

Non dovrebbe però avere il diritto di immettere nel contratto associativo clausole automatiche, anche se chiaramente espresse, che permettano ai gestori del gruppo di invadere in qualsiasi modo la sfera privata del membro e di carpirne informazioni da inserire nel “big data” per scopi commerciali, di influenza politica o di altro tipo, e/o per qualsiasi uso che non sia sotto il diretto controllo della persona.

Oltre a questo non si dovrebbe obbligare, come di fatto accade per molti ambiti commerciali e non, con le più disparate scuse, ad entrare in un gruppo che non ha altre finalità se non quelle di carpire e usare i dati suddetti.

Uno Stato dalla parte del cittadino dovrebbe vigilare e bloccare ogni tentativo di restringere o “inquinare” la libertà di questo diritto, impedendone eventuali usi impropri.

Per concludere: la pratica della libertà di associazione è un indice diretto della vitalità di una comunità.

Una politica che non tenti di rimuovere i molteplici ostacoli all’espressione di questa vitalità è di fatto interessata a curare altri interessi.

 

Massimo Franceschini, 27 settembre 2018

Questo il bellissimo video relativo all’Art. 20 dell’associazione no-profit: “Gioventù per i Diritti Umani

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