Circa un milione di Uiguri detenuti nei campi di rieducazione cinesi

di Amnesty International
Rapporto 2018

Il destino di circa un milione di persone è sconosciuto e la maggior parte delle famiglie dei detenuti sono state tenute all’oscuro. La Cina ha intensificato la sua campagna di internamento di massa, sorveglianza intrusiva, indottrinamento politico e assimilazione culturale forzata contro Uiguri, Kazaki e altri gruppi prevalentemente musulmani della regione. Amnesty International ha intervistato più di 100 persone fuori dalla Cina i cui parenti nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang sono ancora dispersi, così come altre persone che hanno dichiarato di essere state torturate mentre si trovavano nei campi di detenzione.

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Stato di sorveglianza

L’internamento di gruppi etnici prevalentemente musulmani nello Xinjiangsi è intensificato dopo che nel marzo del 2017 sono stati adottati “Regolamenti sulla de-estremizzazione” altamente restrittivi e discriminatori.
Manifestazioni palesi o persino private di affiliazione religiosa e culturale, incluso il farsi crescere una barba “anormale”, indossare un velo o un foulard, la preghiera regolare, il digiuno o la rinuncia all’alcol, il possesso di libri o articoli sull’islam o sulla cultura uigura possono essere considerati “estremisti” ai sensi del regolamento.
Viaggiare all’estero per lavoro o studio, in particolare in paesi a maggioranza musulmana, o avere contatti con persone al di fuori dalla Cina sono anch’essi forti motivi di sospetto.
Maschi, femmine; giovani, vecchi; abitanti di città o di campagna; sono tutti a rischio di detenzione.
Gli onnipresenti controlli di sicurezza che fanno ormai parte della routine quotidiana di tutti nello Xinjiang offrono ampie opportunità di cercare nei telefoni cellulari contenuti sospetti o di controllare l’identità delle persone usando il software di riconoscimento facciale.

Whatsapp
Gli individui potrebbero diventare dei sospetti attraverso il monitoraggio di routine dei messaggi inviati sulle app di social media come WeChat, che non utilizza la crittografia end-to-end. L’utilizzo di app di messaggistica alternative con crittografia, come Whatsapp, può anch’esso essere causa di dtenzione.

Syrlas Kalimkhan ha affermato di aver installato Whatsapp sul telefono di suo padre e di averlo testato inviando il messaggio “Ciao, papà”. Successivamente, la polizia ha chiesto a suo padre, Kalimkhan Aitkali, 53 anni, contadino, perché aveva Whatsapp sul suo telefono. In seguito è stato mandato in un “campo di rieducazione”

 

All’interno di un campo di detenzione
Le autorità definiscono i campi come centri di “trasformazione attraverso l’educazione”, ma la maggior parte delle persone li chiama semplicemente “campi di rieducazione”.
Coloro che vengono inviati in tali campi non vengono processati, non hanno diritto ad un avvocato né di contestare la decisione. Le persone potrebbero essere lasciate a languire in detenzione per mesi, poiché sono le autorità che decidono quando un individuo può considerarsi “trasformato”.
Kairat Samarkan fu mandato in un campo di detenzione nell’ottobre del 2017, dopo essere tornato nello Xinjiang da una breve visita in Kazakhstan. Kairat ha raccontato ad Amnesty di essere stato incappucciato, costretto a indossare catene su braccia e gambe e a rimanere nella stessa posizione per 12 ore quando fu detenuto per la prima volta.

C’erano quasi 6000 persone detenute nello stesso campo, dove venivano costrette a cantare canzoni politiche e a studiare i discorsi del Partito Comunista Cinese.
Non era permesso di parlare fra di loro e venivano obbligati a cantare “Lunga Vita a Xi Jin Ping” prima dei pasti.
Kairat ha raccontato che quel trattamento lo spinse a tentare il suicidio poco prima del suo rilascio.


Disegno di Kairat Samarkan del campo di rieducazione in cui è stato mandato.

Coloro che resistono o non mostrano sufficienti progressi subiscono punizioni che vanno dagli insulti alla privazione di cibo, all’isolamento, alle percosse ed all’imposizione di restrizioni e di posizioni corporee stressanti.
Ci sono state segnalazioni di morti all’interno delle strutture, inclusi i suicidi di quelli che non sono stati in grado di sopportare i maltrattamenti.

Le autorità giustificano le misure estreme perché necessarie a prevenire  “l’estremismo religioso” e le “attività terroristiche” e per garantire “l’unità etnica” e la sicurezza nazionale.
Se è vero che gli stati hanno il diritto e la responsabilità di prevenire attacchi violenti, le misure messe in atto devono essere necessarie e proporzionate e quanto più ristrette e mirate possibile per fronteggiare una minaccia specifica.
Non esiste nessuna giustificazione plausibile per le detenzioni di massa di membri di un particolare gruppo etnico o religione simile a quello osservato nello Xinjiang.

I cosidetti campi di rieducazione sono luoghi di lavaggio del cervello, tortura e punizione che ci riportano con la memoria ai tempi più bui dell’era Mao, quando chiunque fosse sospettato di non essere abbastanza fedele allo stato o al Partito Comunista Cinese poteva finire nei famigerati campi di lavoro cinesi. I membri di gruppi di minoranze etniche prevalentemente musulmane vivono nella paura permanente per se stessi e per i loro parenti detenuti”, ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International in Asia Orientale.


Famiglie distrutte
Per mesi i parenti dei dispersi hanno tenuto l’angoscia per sé. Speravano che la perdita di contatti con i loro cari in patria fosse solo temporanea. Temevano di peggiorare le cose se avessero cercato aiuto all’esterno, dato che il governo cinese considera sospetti i contatti con parenti che vivono all’estero e, in alcuni casi, motivo di detenzione nei “campi di rieducazione”.
Ora, non vedendo all’orizzonte la fine dei loro tormenti, sempre più di loro sono disposti a parlare.

Bota Kussaiyn, una studentessa di etnia kazaka che frequenta l’ Università Statale di Mosca, ha parlato su WeChat con suo padre, Kussaiyn Sagymbai, l’ultima volta nel novembre del 2017.
Originari dello Xinjiang, la loro famiglia si era trasferita in Kazakhstan nel 2013. Il padre di Bota era tornato in Cina alla fine del 2017 per fare visita medica, ma le autorità hanno confiscato il suo passaporto una volta giunto nello Xinjiang. Successivamente Bota ha appreso dai parenti che suo padre era stato mandato in un “campo di rieducazione”. I suoi parenti erano così terrorizzati che ulteriori contatti li avrebbero resi dei sospetti, al punto che interruppero ogni comunicazione con lei in seguito.

Bota ha raccontato ad Amnesty: “Mio padre è un comune cittadino. Eravamo una famiglia felice prima che fosse detenuto. Ridevamo insieme. Non possiamo più ridere e non riusciamo più a dormire la notte. Viviamo nella paura ogni giorno. Questa cosa ha fatto molto male a mia madre. Non sappiamo dove sia. Non sappiamo se è ancora vivo. Voglio rivedere mio padre”.

Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International in Asia Orientale ha dichiarato: “Le famiglie hanno sofferto abbastanza, vogliono disperatamente sapere che cosa è successo ai loro cari ed è tempo che le autorità cinesi diano loro delle risposte


Un problema globale
Molti parenti e amici che risiedono all’estero riferiscono che la situazione li sta facendo sentire responsabili e “colpevoli” del destino dei loro cari, perché sembra che proprio questi legami oltremare in molti casi gettino l’ombra del sospetto sui famigliari che vivono nello Xinjiang.

Le autorità li accusano di avere legami con gruppi esterni che il governo cinese sostiene che stiano promuovendo visioni religiose “estremiste” o tramino “attività terroristiche”. Il vero scopo, tuttavia, sembra essere quello di imporre un blackout informativo sulla attuale repressione delle minoranze etniche nello Xinjiang.

Per evitare di suscitare tali sospetti, gli uiguri, i kazaki, e altri all’interno dello Xinjiang hanno riferito di aver tagliato tutti i legami con amici e famigliari che vivono fuori dalla Cina. Avvertono i conoscenti di non chiamare e di cancellare i contatti esterni dai social media. Impossibilitati ad ottenere informazioni attendibili dalla loro patria, molti che vivono all’estero temono inevitabilmente il peggio.

 

Tratto da:
https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/09/china-up-to-one-million-detained/
Traduzione a cura di Renato Nettuno

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