VICE: SCENEGGIATURA DA OSCAR PER LA DEMOCRAZIA TRADITA

Dick Cheney in Iraq: fonte immagine Wikipedia

 

Adam McKay supera anche il suo ottimo “La Grande Scommessa”

 

La più che verosimile storia politica del vicepresidente di Bush Jr, Dick Cheney, e di sua moglie, sono magistralmente rappresentati nel film Vice, l’Uomo nell’Ombra, che vede ricomporsi la fantastica coppia, Christian BaleAmy Adams, che avevamo già avuto modo di apprezzare insieme al grande cast del bellissimo American Hustle, di David O. Russell.

Il regista McKay perfeziona lo stile mostrato ne La Grande Scommessa con  una sceneggiatura questa volta tutta sua, che tiene lo spettatore incollato per le oltre due ore: una sceneggiatura fatta di salti, deviazioni e ritorni, che riesce però a comporre un puzzle in cui il messaggio del film è sempre chiaro.

Lo stile moderno di racconto frammentato, frenetico e, per così dire, “sovrapposto”, non trova realizzazioni sempre felici: gli autori a volte sembrano giocare troppo con lo spettatore, forse per sopperire mancanze di contenuto o altre.

Ciò non accade in questo film, anzi reso piacevolmente vivo dall’uso sapiente di questa forma narrativa, che rende certamente più “digeribile” il tema politico denso e pesante, rispetto ad una narrazione più classica e lineare.

Sembra stia parlando di un film d’azione e, in effetti, così è: un’azione che però è distribuita oltre che su diversi livelli narrativi temporali e sulle vicende storiche “oggettive”, sui piani più “intimi” dei protagonisti dei quali ovviamente abbiamo meno riferimenti certi, suggeriti però in modo assai convincente dal soggetto e dalla grande interpretazione dei protagonisti, con in testa un Bale da Oscar che per l’occasione ingrassa il doppio dei 20 kg richiesti in American Hustle.

Non è solo la “performance obesa” da segnalare, che certamente contribuisce a rendere convincente il personaggio insieme al comunque grande trucco: la sua recitazione “compresa” ci mostra un felpato “carro armato” che, dopo le vicissitudini contraddittorie della gioventù, riesce ad imparare osservando, in silenzio, per ottenere grandi obiettivi personali e politici con una “scaltrezza silente” ma, proprio per questo, difficilmente contrastabile.

Il film ci mostra il livello raggiunto dal vice presidente e dai complici collaboratori, a  volte inizialmente riluttanti, più spesso felicemente sorpresi quando non addirittura suggeritori, su come si possano impunemente forzare consuetudini e norme democratiche.

L’autore  non ci nasconde la violenza che deriva dalle scelte dissennate della politica, anche di legislature precedenti, violenza che si dipana sia a livello politico interno, sia militare, internazionale, umano, personale.

Violenza che è, soprattutto, quella di una “democrazia” lontana dal controllo della società civile, che viola impunemente leggi scritte e non, che trova un sistema politico-mediatico non preparato, inerme, complice e, quando va bene, tardivo nel prendere contromisure comunque del tutto inadeguate ai reati commessi, alle violazioni deontologiche, agli orrori provocati in giro per il mondo.

La crisi di una democrazia “distratta”, al servizio di corporazioni e logge private, già espressa dall’autore guardando dal binocolo della finanza ne La Grande Scommessa, trova qui una feroce conferma politica e sociale.

Anche in Italia avremmo bisogno di un autore del genere, per mostrarci la distanza ideale della narrazione europea “di sistema”, rispetto ai veri risultati determinati dagli interessi finanziari e lobbistici più o meno occulti che condizionano la nostra democrazia, altrettanto morente di quella USA.

 

Massimo Franceschini, 10 gennaio 2019

Lascia un commento