Tutela dei minori, un’occasione perduta

di Giovanni Lazzaretti

Si è svolto in Vaticano il summit “La tutela dei minori nella Chiesa”, una colossale occasione perduta.

I media avevano titoli di questo tipo: «Pedofilia: al via il summit sulla protezione dei minori». In realtà nei discorsi e nelle relazioni, la parola “pedofilia” non compare, se non come fenomeno sociale.

Col termine generico di “minori” si è creato un calderone che fa perdere il primo discernimento: tutti i bambini sono minori, ma non tutti i minori sono bambini. Il bambino di 5 anni violentato è travolto da qualcosa che non comprende. La sedicenne violentata subisce invece una cosa schifosa, ma che comprende. Non si può mischiare la pedofilia con l’abuso su minore: la pedofilia è una patologia, anche si sta tentando di normalizzarla.

Quindi do il primo consiglio (postumo) al summit vaticano: distinguere! Scorporare la patologia pedofila dagli abusi sui minori, perché sulla pedofilia (se la società non impazzisce completamente) ci sarà sempre alleanza tra legge, psichiatria e Chiesa.

Quando passiamo agli abusi su minori le cose cambiano. L’abuso sessuale su minori è un’attività a livello sessuale che l’adulto esercita su o con una persona al di sotto dell’età del consenso. Ricordiamoci che negli abusi sessuali il minore non è il minorenne: il minore è quello che non ha l’età del consenso.

La maggiore età va dai 14 anni delle Samoa Americane fino ai 21 anni di Singapore, Honduras, eccetera: non può essere un dato così variabile a definire il “minore” abusato.

Cos’è l’età del consenso? In Italia sono 14 anni, a meno che non intervengano droghe o altro ad alterarla. Passa a 16 anni se l’abuso viene commesso da persona che ha autorità sul minore. Non è punibile il sedicenne che si accoppia con una tredicenne. Un faticoso discernimento.

Secondo consiglio (postumo) al summit vaticano: evidenziate che il minore non è il minorenne! Questa cosa è necessaria nei rapporti con la legge. Un prete si accoppia con un ragazzino di 15 anni? Se è una persona sulla quale il prete ha autorità, la legge lo punirà certamente. Un prete si accoppia con un ragazzo di 17 anni? C’è da dimostrare che c’è stata violenza. Altrimenti nel ragazzo di 17 anni si presuppone l’esistenza dell’età del consenso, nonché la sufficiente vigoria fisica e mentale per mandare a quel paese il maiale che lo insidia.

E se un prete si accoppia con un diciottenne? Fine del percorso di legge. L’accoppiamento tra maggiorenni non è reato, a meno che non ci sia violenza. Ma, se la legge ha concluso il suo iter, la Chiesa non ha nulla da aggiungere? Un cardinale sta con un ventenne: per la Chiesa va tutto bene? Non c’è più nessun problema?

In una nota in calce al discorso finale di Papa Francesco c’è questa frase «nel 2017, l’Oms ha stimato che fino a 1 miliardo di minori di età compresa tra i 2 ed i 17 anni ha subito violenze o negligenze fisiche, emotive o sessuali». Considerato che sotto la voce abusi sessuali ci sono cose che vanno dal palpeggiamento allo stupro, non si può mettere nello stesso calderone lo stupro di un bimbo e il palpeggiamento di un diciassettenne. Distinguere, distinguere, distinguere! Fare una tabella incrociando la tipologia di evento con le età, e per ogni casella il suo numero.

Terzo consiglio (postumo) al summit vaticano: ricordate ancora la chiamata universale alla castità? Perché tutto quello che si è svolto in Vaticano ha l’aria del “contenimento”, non di uno slancio verso vette più alte. Ogni uomo è chiamato alla castità, e il sesso è una componente del matrimonio, unione indissolubile di un uomo e di una donna. Altri usi sono nocivi, o tossici, o velenosi, o mortali. Il mondo non lo ricorda più, ma la Chiesa dovrebbe continuare a ricordarlo.

La pedofilia va lasciata a parte: è malattia e come tale va trattata. I traffici di preti con ragazze e donne sono antichi come la Chiesa e come tali vanno trattati. Ciò che è esplosa è l’attività omoerotica di preti con adolescenti, con minorenni in età del consenso, e con i cosiddetti “adulti fragili” (hanno la maggior età, ma non riescono a reagire alle avances di una persona che ha autorità su di loro).

Se un sacerdote ha tendenze omosessuali, dovrà combattere la sua battaglia per la castità, facendosi aiutare da persone e gruppi competenti in materia.

Se invece parliamo di un giovane in formazione, le linee esistono già: «Se un candidato pratica l’omosessualità o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale, così come il suo confessore, hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l’Ordinazione».

Niente di peggio però che far trascorrere 4 giorni di summit senza che la parola “omosessualità” venga citata. Non è una questione di discriminazione, è una questione statistica: anche l’ultimo rapporto dal Belgio, 12 febbraio, indica che il 76% degli abusi sono “maschio su maschio”. Se poi vogliamo insistere che il problema è l’abuso di potere e il clericalismo, avanti così. Tra qualche anno faremo un nuovo summit con gli stessi problemi.

 

Giovanni Lazzaretti

giovanni.maria.lazzaretti@gmail.com

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