L’inconciliabilità fra Neoliberismo e Azione Sindacale

di Davide Gionco

Dall’indagine dell’Istituto Demoskopika risulta che in Italia negli ultimi anni vi sia stato un drastico calo nel numero di iscritti ai sindacati, con una riduzione di circa un milione di iscritti dal 2012.

Senza contare che la maggior parte di iscritto sono oramai soprattutto i pensionati, come si può notare da questi dati aggiornati al 2017

La causa principale di questo fenomeno, a nostro avviso, è che con la piena attuazione in Italia delle POLITICHE NEOLIBERISTE l’azione sindacale è oramai un’arma spuntata e le possibilità dei sindacati di tutelare realmente i diritti dei lavoratori sono ridotte ai minimi termini.

L’epoca d’oro dei sindacati fu intorno al 1976, quando oltre il 50% dei lavoratori era iscritto ad un sindacato.

Non è un caso che il picco di tasso di sindacalizzazione sia stato raggiunto dopo circa 10-15 anni di sostanziale piena occupazione in Italia, durante i quali i lavoratori avevano preso coscienza del proprio potere contrattuale nei confronti dei datori di lavoro.

I due fattori che fondamentalmente assicuravano ai sindacati un alto potere contrattuale nei confronti delle imprese, motivo per cui raccoglievano molte adesioni da parte dei lavoratori, erano:
1) Il basso tasso di disoccupazione non consentiva ai datori di lavori di licenziare i lavoratori che chiedevano più diritti, in quanto non ne avrebbero trovati altri disponibili sul mercato.
2) Gli scambi commerciali con l’estero erano alquanto ridotti, le imprese che producevano in Italia erano di proprietà italiana ed era difficile portare capitali all’estero per realizzare altri stabilimenti produttivi. Per queste ragioni per vendere prodotti agli italiani era necessario produrli in Italia.

Di conseguenza le imprese erano obbligate a scendere a patti con i lavoratori italiani e rispettare maggiormente i loro diritti.
E, dettaglio da non trascurare, una parte importante delle imprese erano pubbliche, sotto il grande cappello dell’IRI, in cui, nel bene e nel male, si prestava meno attenzione ai profitti e più attenzione ad altri aspetti.

 

Da allora sono successe molte cose nel mondo e in Italia.

Tra i cambiamenti più importanti c’è stata a partire dagli anni 1980 una sempre più crescente adesione dell’Italia alle politiche di stampo NEOLIBERISTA, ispirate alle esperienze di Reagan negli USA e della Tatcher nel Regno Unito.
Queste politiche hanno portato al mercato unico europeo, ai vari trattati di libero commercio a livello mondiale (WTO, ecc). Hanno portato la moneta unica, e con essa la liberalizzazione della circolazione dei capitali.
Le aziende italiane sono diventate in gran parte di proprietà straniera, con una estrema facilità a delocalizzare la produzione nei paesi con costi inferiori della manodopera o comportanti altri vantaggi (ad esempio fiscali) per le imprese.

A causa della chiusura di molti stabilimenti produttivi in Italia la disoccupazione è aumentata.
La perdita di potere contrattuale da parte dei lavoratori ha portato alla nascita di forme di lavoro sempre più precarie.
L’alternativa è sostanzialmente sempre la stessa: o i lavoratori si adeguano alle nuove condizioni, penalizzanti, del produttore oppure la produzione viene trasferita all’estero.

La libera circolazione delle merci, infatti, consente alle imprese di produrre dove meglio credono, potendo continuare a vendere i loro prodotti nel ricco mercato di 60 milioni di consumatori italiani.
Nello stesso tempo la libera circolazione dei capitali consente alle imprese di investire gli utili di impresa dove meglio credono, senza alcun “dovere di restituzione” nei confronti di chi ha garantito loro di produrre e vendere realizzando degli utili.

L’unica arma storicamente utilizzata dai sindacati, lo sciopero, risulta oramai essere inefficace per tutelare i diritti dei lavoratori, in quanto non è in grado di intaccare gli interessi dei produttori al punto da arrivare ad instaurare una trattativa in cui il sindacato abbia potere contrattuale adeguato.

Se, infatti, i lavoratori si mettono a scioperare, l’azienda avrà facilità a licenziarli (grazie anche alle verie riforme “liberiste” dei diritti dei lavoratori attuate in Italia negli ultimi 25 anni) ed a sostituirli con altri lavoratori, prima disoccupati, che accetteranno di adeguarsi a condizioni lavorative meno costose per l’azienda.
Da qui la maggiore difficoltà a coinvolgere i lavoratori negli scioperi.

Ma, soprattutto, nei casi in cui lo sciopero creasse dei problemi alla produzione dell’azienda, questa potrebbe in tempi relativamente brevi chiudere lo stabilimento ed aprirne un altro in Slovacchia o in altri paese in cui i lavoratori sono “meno esigenti”.

Di conseguenza i sindacati dispongono di un’arma spuntata, poco temuta dalle imprese produttrici. E la loro azione diventa, inevitabilmente, sempre meno efficace nel difendere i diritti dei lavoratori.

La prima grave colpa dei sindacati in Italia è di essere rimasti legati agli schemi operativi degli anni 1970, mentre il mondo è totalmente cambiato.

Stupisce in senso negativo come dai sindacati non arrivino quasi mai sostanziali critiche alle politiche economiche liberiste che favoriscono la libera circolazione delle merci e dei capitali, che sono con ogni evidenza la causa prima della pedita di diritti da parte dei lavoratori.
Ovvero: si criticano le aziende che chiudono lo stabilimento in Italia per aprirlo in Slovacchia, ma non si criticano i governi che firmano trattati che potenziano la libera circolazione delle merci e dei capitali.

La prima cosa che dovrebbero fare oggi i sindacati, se davvero intendono tutelare i diritti dei lavoratori, è studiare i meccanismi di funzionamento dell’economia liberista e portare avanti iniziative politiche finalizzate a limitare la libera circolazione dei capitali e delle merci, condizione indispensabile per ridare ai lavoratori un certo potere contrattuale nei confronti delle imprese.

In secondo luogo dovrebbero imparare ad utilizzare l’unica arma ancora a nostra disposizione, come cittadini, che è il consumo critico, ovvero il potere che abbiamo di acquistare e di non acquistare certi tipi di prodotti.

Una impresa multinazionale che possiede molti stabilimenti in giro per il mondo potrà facilmente fare a meno delle sedi produttive in Italia, potendo produrre lo stesso in altri luoghi, magari anche a costi inferiori.
Ma quell’impresa multinazionale non potrà facilmente privarsi del ricco mercato di 60 milioni di consumatori italiani.

Se la Whirlpool decide di chiudere lo stabilimento di Riva Presso Chieri, per delocalizzare la produzione in Slovacchia, potrebbe ritornare sulla sua decisione se 60 milioni di italiani, o anche solo 10-15 milioni, comunicassero alla Whirlpool di non voler più acquistare i suoi prodotti nel caso in cui chiudesse lo stabilimento in Italia.

In genere i sindacati non praticano azioni di boicottaggio di prodotti, in quanto ritengono che il boicottaggio vada a ridurre le vendite, quindi la produzione e, quindi, la quantità di commesse per i lavoratori.
Ma si tratta di un ragionamento miope.
Le aziende, infatti, non arriveranno mai a licenziare dei lavoratori a causa di una temporanea azione di boicottaggio. Per loro il danno maggiore è il calo di vendite e soprattutto la perdita di quote di mercato nei confronti dei concorrenti. Nonché il danno di immagine nei confronti dei consumatori.

Il boicottaggio mirato dei prodotti è quindi certamente il mezzo più efficace per instaurare delle trattative con le aziende, in particolare con le multinazionali.

In attesa che i sindacati si approprino di questa “arma non spuntata” e che finalmente contrastino politicamente l’ideologia liberista della libera circolazione delle merci e dei capitali, non ci resta che restare spettatori di ulteriori riduzioni del numero di iscritti ai sindacati, fino alla loro scomparsa.

All’Italia oggi mancano dei sindacati che desiderino autenticamente tutelare i diritti dei lavoratori.
Se ci fosse qualcuno interessato a costituire un nuovo sindacato, serio, che sappia operare nei termini sopra descritti, ci contatti, in modo che possiamo informare tutti quanti dell’iniziativa.

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