Le bugie di Bankitalia sulla Moneta Fiscale

di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini

La Banca d’Italia ha criticato la proposta di Moneta Fiscale. In questi due articoli i promotori del progetto – autori  anche di un ebook per MicroMega – rispondono punto per punto alle questioni sollevate: “Se sono queste le critiche, ci permettiamo di sentirci ancora più confortati in merito alla bontà del progetto della Moneta Fiscale”.

La Banca d’Italia ha dedicato, nella sezione “Il nostro punto di vista” del suo sito istituzionale, un commento alle proposte di Moneta Fiscale formulate (afferma il pezzo in questione) da “alcuni commentatori economici”.

Tra questi “commentatori economici” (in effetti, un ampio ventaglio di docenti universitari, ricercatori, collaboratori di istituzioni sovranazionali, e professionisti nel settore finanziario) i firmatari del presente articolo sono stati particolarmente attivi. Cosa ben nota ai lettori di Micromega, che ha ospitato il nostro ebook nonché parecchi altri interventi (qui una recente sintesi).

Ci sembra quindi doveroso replicare alle osservazioni di Banca d’Italia.

In primo luogo, dobbiamo osservare che l’autore del pezzo sembra essere caduto in equivoco in merito ai contenuti della proposta, dove afferma che “nei rapporti, invece, tra lo Stato e i propri creditori (ad esempio, fornitori e dipendenti), questi ultimi, ove costretti ad accettare in pagamento la moneta fiscale, subirebbero una riduzione del loro reddito, essendo pagati con uno strumento di minore valore rispetto alla moneta legale negli scambi successivi”.

Il progetto Moneta Fiscale non prevede nessun meccanismo di accettazione obbligatoria. Comporta invece l’emissione di uno strumento finanziario che in qualunque momento può essere liberamente scambiato, e quindi accettato in cambio di beni, servizi, denaro o titoli, ma su base puramente volontaria. Nessun pagamento già contrattualmente definito viene convertito da euro a Moneta Fiscale.

Mediante l’emissione e l’assegnazione di tale strumento, si rende possibile integrare i redditi dei lavoratori (pubblici e privati), ridurre il carico fiscale effettivo delle aziende (attribuendo Moneta Fiscale ai datori di lavoro in funzione dei costi da essi sostenuti), e mettere a disposizione delle amministrazioni pubbliche potere d’acquisto per effettuare azioni supplementari di spesa sociale, investimenti di pubblica utilità ecc.

La Moneta Fiscale viene quindi utilizzata in funzione incrementativa della domanda interna e migliorativa della competitività delle aziende, attivando politiche espansive dell’attività economica.

In secondo luogo, il commento di Banca d’Italia afferma che “trattandosi a tutti gli effetti di passività dello Stato, tali strumenti potrebbero essere emessi solo rispettando i vincoli riguardanti il deficit e il debito pubblico imposti dal Patto di stabilità e crescita”.

Qui ci troviamo costretti a suggerire all’autore, amichevolmente (se ce lo consente…) ma con molta, MOLTA sollecitudine, un esauriente ripasso dei principi contabili internazionali. Alla luce dei quali (IFRS 15 e IAS 18) un titolo che dà diritto a uno sconto futuro non deve essere registrato contabilmente all’atto dell’emissione. Semplicemente, andrà a ridurre le entrate nel momento in cui verrà utilizzato.

L’impatto negativo è da valutare, quindi, con riferimento al momento dell’utilizzo per conseguire gli sconti fiscali, che è posticipato (di due anni, nella nostra proposta) rispetto all’assegnazione. Ma in una situazione di elevata disoccupazione e capacità produttiva inutilizzata, l’espansione della produzione e del reddito prodotta dall’incremento di potere d’acquisto in circolazione compensa l’impatto (a scadenza) degli sconti fiscali medesimi. Lo confermano varie simulazioni condotte dal nostro gruppo di lavoro (qui a pagina 13 e seguenti) ma anche da istituzioni terze (qui Mediobanca, pagine 56 e seguenti).

In totale coerenza con i principi contabili sopra citati, Eurostat – ente preposto a stabilire le regolamentazioni contabili a cui gli stati membri UE aderiscono – distingue con totale chiarezza e assenza di ambiguità i payable tax credits dai non-payable tax credits.

payable tax-credits danno diritto a conseguire sconti d’imposta, ma se il diritto non viene esercitato entro una certa data, è dovuto dalla Pubblica Amministrazione il pagamento del corrispettivo in euro. In questo caso, all’atto dell’emissione il titolo deve essere registrato come debito pubblico.

Per i non payable tax-credits (categoria in cui rientra la Moneta Fiscale) sussiste invece il diritto allo sconto fiscale ma non al pagamento in euro. E in questo caso non c’è registrazione contabile all’atto dell’emissione. L’approccio adottato, come si vede, è del tutto omogeneo ai principi IFRS e IAS.

Il commento della Banca d’Italia afferma poi che “l’emissione di moneta fiscale richiederebbe inoltre l’istituzione di un sistema di pagamenti ad hoc con misure anti-contraffazione (per permettere che le imprese e le famiglie le attribuiscano la stessa fiducia che è attribuita alle banconote), comportando ulteriori costi aggiuntivi rispetto quelli pagati per l’emissione dei titoli di Stato”.

Non si capiscono i motivi di questa preoccupazione. La Moneta Fiscale può essere emessa mediante Certificati di Credito Fiscale (CCF), titoli dematerializzati che circolerebbero sul mercato finanziario (e sarebbero negoziabili contro euro) in modo analogo ai normali titoli di Stato. Può anche circolare su appositi supporti elettronici (quali carte di debito, conti online, internet ecc.). L’emissione in formato cartaceo non è affatto indispensabile (fermo restando che le misure anti-contraffazione sono ampiamente conosciute e testate, sia per le emissioni elettroniche, sia per quelle cartacee).

In un altro passaggio, il commento della Banca d’Italia sostiene che “emissioni di questo genere di strumenti sono avvenute molto raramente, in concomitanza con gravi crisi di liquidità dello Stato e con la conseguente impossibilità di finanziarsi tramite i mercati. I casi più frequentemente citati sono la Germania nel 1933 e la California (più volte, l’ultima nel 2009) entrambi molto particolari e da valutare in un preciso contesto storico ed economico”.

Il “ben preciso contesto storico ed economico” è quello di uno Stato che, a causa di vincoli imposti da accordi internazionali (il trattato di Versailles nel primo caso, il fatto di non essere l’emittente della propria moneta nell’altro) si trova impossibilitato a sviluppare le necessarie azioni di sostegno della domanda – anzi, è costretto ad attuare politiche restrittive e procicliche – nel mezzo di una depressione economica (conseguente, rispettivamente, al crollo di Wall Street del 1933, e alla crisi finanziaria internazionale del 2008).

L’esperienza tedesca del 1933 (e anni successivi) si rivelò enormemente efficace nel rivitalizzare domanda, produzione e occupazione. Quella californiana del 2009 no, ma i motivi sono chiari: uno strumento finanziario utilizzabile per scontare tasse future ha una notevolissima valenza se emesso da uno Stato dotato di piena autonomia fiscale. Risolve invece ben poco se l’emittente è un ente locale, che gestisce solo una modesta frazione delle entrate pubbliche di sua competenza.

Quest’ultima è la situazione della California, che pur essendo un ente territoriale di dimensione (economica e demografica) rilevante, è parte degli USA. In realtà, i titoli californiani erano promesse di pagamento (IOU), quindi debito a tutti gli effetti, ma dotati di credibilità decisamente scarsa (data la situazione di insolvenza dell’emittente). L’utilizzabilità per pagare tasse locali aggiungeva poco, dato che i tributi federali negli USA sono, ovviamente, il grosso del totale.

Il caso italiano odierno presenta forti analogie con quello tedesco del 1933. L’Italia è sì “in grado di finanziarsi sui mercati”, ma all’interno di una cornice di vincoli che le impedisce di intraprendere le azioni anticicliche necessarie a superare la crisi di domanda iniziata, ormai, parecchi anni fa.

Si parla di oltre 120 miliardi di PIL reale in meno a nove anni di distanza dall’inizio della crisi – tutti dovuti al crollo della domanda interna: le esportazioni, sia pure di poco, sono cresciute. E le conseguenze in termini di disagio sociale sono spaventose: le persone in povertà assoluta sono passate da 1,79 milioni nel 2007 a 2,65 nel 2011, per salire a 4,74 milioni nel 2016.

I danni al tessuto sociale prodotti dall’euro-austerità (dal 2011 in poi) sono stati, in pratica, doppi rispetto all’impatto della “crisi Lehman”. Meccanismi di gestione nell’economia che buttano (letteralmente) milioni di persone in mezzo alla strada, con la prospettiva di lasciarcele per un tempo indefinito, sono semplicemente inaccettabili.

Si parla oggi di una ripresa in atto, sulla base di una crescita dell’1,5% prevista per il PIL reale nel 2017. Ma le dimensioni della depressione da domanda sono tali che all’Italia serve ben altro: crescite superiori al 3% per almeno tre o quattro anni, per recuperare il terreno perduto durante una crisi che oggi non si può definire nemmeno avviata a soluzione.

La Moneta Fiscale consente il contestuale (e assolutamente indispensabile) rilancio di domanda e di competitività. Della piena compatibilità con trattati e regolamenti europei si è detto. Ma soprattutto vale la sostanza: la Moneta Fiscale agisce senza che sia necessario incrementare neanche di un centesimo il debito da rimborsare cash, in euro – quello vero, quello che rischia di generare tensioni e instabilità finanziarie, e per limitare il quale è stato introdotto il Fiscal Compact (sottostimandone però, ed è stato gravissimo, gli impatti prociclici).

La Moneta Fiscale è lo strumento per superare le disfunzioni dell’eurosistema. E’ attuabile senza dover formulare (in sede UE) richieste che avrebbero possibilità di accettazione assolutamente nulle (quali trasferimenti finanziari o garanzie supplementari). E rispetta in pieno sia la forma che la sostanza degli accordi di gestione economica dell’Eurozona.

Sorprende che la Banca d’Italia, parte del Sistema Europeo delle Banche Centrali, da un lato si confonda in merito alla normativa UE nella parte in cui questa definisce che cosa è debito e che cosa non lo è. E dall’altro, dia l’idea di scambiare un titolo che può essere usato fiduciariamente per una sorta di “moneta legale suppletiva” emessa dagli Stati.

Se sono queste le critiche, ci permettiamo di sentirci ancora più confortati in merito alla bontà del progetto Moneta Fiscale…

Tratto da:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/moneta-fiscale-le-bugie-di-bankitalia/

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