La Repubblica di Weimar non finì per l’iperinflazione, ma per le politiche di austerità, che portarono Hitler al potere.

di Adam Tooze
05.07.2019

La storia della fine della Germania di Weimar dovrebbe essere una lettura obbligata per i politici di oggi.

Con il senno di poi, datiamo l’inizio della Grande Depressione allo scoppio della crisi di Wall Street nell’Ottobre del 1929.
Ma questo all’epoca non era evidente. All’inizio sembrava che l’economia mondiale potesse semplicemente entrare in una normale recessione ciclica. Fu nel 1931, con la sequenza della crisi bancaria austriaca, il crollo del sistema finanziario tedesco e l’uscita della Gran Bretagna dal sistema monetario aureo, che divenne chiaro che questa recessione rappresentava davvero una svolta importante nella storia mondiale.

Il valore del libro dello storico svizzero Tobias Straumann risiede nel fatto che focalizza la nostra attenzione sul dramma di quell’anno, il momento in cui il fragile ordine politico e finanziario si ristabilì dopo la fine della Prima Guerra Mondiale.

La Germania è al centro del dramma, ma Straumann assume una visione ammirevolmente internazionale.
Le opzioni del governo tedesco di centro-destra, guidato dal Cancelliere Heinrich Brùning, erano limitate in primo luogo da vincoli esterni.
Dopo la guerra, la rivoluzione e l’iperinflazione, la Germania di Weimar si era stabilizzata nel 1924 sul sistema monetario aureo.

Ciò ristabilì la sua rispettabilità finanziaria, ma limitò la libertà della banca centrale di fare credito, consentendo al tempo stesso un massiccio deflusso di denaro estero quando la fiducia del mercato venne meno.

Sopra di queato c’era il regime dei risarcimenti di guerra [decisi dal Trattato di Versailles del 1919, con successivi adeguamenti], che nel 1929 ottenne la sua forma definitiva con la negoziazione del cosidetto Piano Young.

Il Piano Young ridusse un po’ il debito della Germania, ma lo fece dilazionandolo e proiettandolo verso a un futuro lontano, caricando sulla Germania il dovere di pagare il debito di guerra indipendentemente dallo stato del suo bilancio.
L’idea era quella di depoliticizzare e commercializzare i risarcimenti trattandoli come qualsiasi altro debito.
Con l’inizio della recessione, l’effetto fu esattamente l’opposto.
Con il crollo delle entrate fiscali e l’aumento dei sussidi di disoccupazione, il peso del debito si fece ancora più insostenibile. Le tensioni politiche e diplomatiche interne salirono vertiginosamente. Dopo anni trascorsi in disparte in seguito al fallimento del Beer Hall Putsch del 1923, Adolf Hitler e il suo movimento nazional-socialista saltarono sulla prima linea della politica nazionalista come gli oppositori più radicali al Piano Young.

Come mostra Straumann, sia il governo britannico sia quello francese erano consapevoli della crisi in Germania, ma avevano i loro elettorati di cui preoccuparsi. E il governo di Bruning, aggrappandosi al potere grazie al supporto del presidente di Weimar, il brizzolato Paul Von Hindenburg, peggiorò solo le cose.
Bruning scelse di sfoggiare i suoi colori nazionalisti, sfidando i francesi sulla smilitarizzazione, offrendo unione doganale agli austriaci, anticipando l’Anschluss di Hitler del 1938 e chiedendo una rinegoziazione del Piano Young.
Considerato il fragile stato delle finanze in Germania, questa era una politica da “rischio calcolato” e decisamente pericolosa. Aumentando il valore reale dei debiti, la deflazione imposta da Berlino inflisse perdite disastrose ai mutuatari.
Dal Giugno 1931 era chiaro che i portafogli dei prestiti delle maggiori banche tedesche erano pieni zeppi di crediti inesigibili. Deutsche Bank e Commerz Bank avevano abbastanza capitale per sopravvivere. Danat Bank e Dresdner Bank no.
Quando gli investitori stranieri ritirarono i loro depositi e le banche si rivolsero alla Reichsbank per ottenere fondi, quindi anche la Banca Centrale fu messa sotto pressione.
Se da un lato la Reichsbank pompava liquidità nel sistema, la banca centrale vedeva accrescere la richieste per le sue riserve d’oro in diminuzione.

Alla fine di giugno 1931 era chiato che la Banca Centrale avrebbe o dovuto smettere di dare supporto alle banche o abbandonare la promessa di cambiare la valuta in oro. Per contrastare la crisi, il governo di Bruning cercò di collaborare con le banche. Ma l’élite finanziaria era irrimediabilmente divisa.
Durante il fatidico weekend del 11-12 Luglio 1931 le banche rivali insistettero sul fatto che solo Danat Bank andava chiusa. Quindi, di fronte a una corsa aglil sportelli delle banche il lunedì 13 Luglio, il Reich fu costretto a chiudere l’intero sistema finanziario e ad imporre controlli sui cambi per limitare l’uscita della valuta verso l’estero.

A tutti gli effetti la Germania si ritrovò tagliata fuori dall’economia globale.
Goebbels e i propagandisti del Partito Nazista ne furono felicissimi. L’ordine liberale si stava consumando davanti ai loro occhi.
Quella di Straumann è una narrativa veloce ed elegantemente costruttiva. Chiunque volesse approfondire dovrebbe consultare il gigantesco “The Great Interwar Crisis and the Collapse of Globalization” di Robert Boyce.
Ma sono proprio la brevità e il punto focale della narrativa di Straumann a conferirgli la sua forza.
Questa è una storia che ci riporta ai ricordi, e non solo di un lontano passato. Sfido chiunque abbia vissuto il dramma dell’Eurozona e la crisi del 2008 a leggere “1931: Debito, Crisi e Ascesa di Hitler” senza che gli corra un brivido lungo  la schiena.
E’ come assistere a una replica della crisi greca o ad un’anticipazione della grande crisi del debito italiano che potrebbe essere in arrivo, ma in quel caso la storia finisce davvero con l’avvento al potere di Hitler.

E Straumann non ci lascia dubbi. Questa fu una crisi di politica democratica. La soluzione era ovvia: un completo e simultaneo taglio dei debiti di guerra e dei risarcimenti, ma l’opinione pubblica francese, britannica e americana proibirono di fare concessioni l’una all’altra o alla Germania.
Quando il presidente americano Herbert Hoover fece uno sforzo disperato per arginare la crisi offrendo una moratoria temporanea su tutti i debiti intergovernativi, Parigi temporeggiò. Come ammette Straumann, il costo politico per il governo francese era semplicemente esorbitante. Nel frattempo in Germania Bruning fece ricosro al decreto presidenziale di Hindenburg. I primi passi di allontanamento dalla democrazia parlamentare della Germania furono fatti non nel 1933 sotto Hitler, bensì da Bruning nel nome dell’austerità.

Se John Kenneth Galbraith incise per sempre la crisi del 1929 nella coscienza storica, con il suo ormai classico resoconto del 1955, Straumann ci ha regalato la narrativa di “1931” che dovrebbe essere letto da ogni politico decisore europeo.
Si può solo avere il rimorso che la sua storia non sia stata disponibile 10 anni fa. Sarebbe stato positivo per l’Europa se fosse apparsa subito in un’edizione in tedesco.
Forse un lungimirante benefattore italiano potrebbe essere persuaso a sponsorizzare una traduzione. Sarebbe denaro ben speso.


Link all’articolo originale :

Tratto dal Financial Times

Traduzione a cura di Renato Nettuno

 

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