George Marshall e il piano che salvò l’Europa

Alla fine della prima guerra mondiale nel Trattato di Versailles i vincitori (USA, Regno Unito, Francia) imposero agli sconfitti (Germania, Austria) dei pesantissimi debiti di guerra, sostanzialmente impagabili.
Giustamente l’economista John Maynard Keynes aveva pubblicamente denunciato che quelle condizioni avrebbero impedito lo sviluppo economico tedesco e portato ad una nuova guerra.
Le conseguenze del Trattato di Versailles furono l’iperinflazione della Repubblica di Weimar, degli anni 1922-1923, l’ascesa di Hitler e, puntualmente, lo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939.
Alla fine della seconda guerra mondiale, per fortuna, non fu ripetuto lo stesso errore.
Il piano di sviluppo dell’economia europea proposto dal generale Marshall pose le basi per una pace duratura in Europa che, nonostante decenni di guerra fredda e le tensioni nei Balcani ha sostanzialmente retto fino ad oggi.
Morale: lo sviluppo economico è amico della pace. La repressione economica porta alla guerra.
Le attuali politiche di austerità imposte dalla Germania all’Europa sono quindi non solo economicamente sbagliate, ma sono anche pericolose per la pace nel continente.

Angelo Paratico ci racconta delle iniziative del generale americano George Catlett Marshall relativamente alla fine della seconda guerra mondiale.

 


Nei giorni scorsi s’è ricordato il settantesimo anniversario delle prime elezioni dell’Italia repubblicana. Si è sottolineato l’ordine e la compostezza dimostrate dagli elettori, di sinistra e di destra, ma ci si è dimenticati di parlare degli aiuti americani piovuti sull’Italia e sull’Europa con il piano Marshall.

George Catlett Marshall (1880-1959) fu uno dei più brillanti generali del secolo scorso e il fatto che di lui oggi si parli solo per ricordare il suo piano d’aiuti economici, non gli rende abbastanza onore.
La storia esalta generali come Rommel, Patton, Eisenhower e Mac Arthur, vincitori di cento battaglie, ma non di colui che vinse la II guerra mondiale, George Marshall. Fu un uomo dal carattere schivo e austero, ma fine stratega, organizzatore e calcolatore infallibile. Capo di stato maggiore dell’esercito americano dal 1939 al 1945, lo trovò con effettivi sotto ai duecentomila uomini, inferiori a quelli del Portogallo, ma in pochi anni lo trasformò in una macchina da guerra potentissima. Forse per tale motivo Mussolini, Tojo e Hitler non si resero conto della loro forza potenziale e della efficacia delle riforme.
Se gli Alleati avessero dato retta a George Marshall, invece che a uomini geniali ma dal carattere clownesco come Churchill e Montgomery, verosimilmente la II guerra mondiale sarebbe finita con un anno d’anticipo e senza l’inutile invasione della nostra bella Italia. Marshall pianificò lo sbarco in Normandia un anno prima, nel 1943, e sarebbe quasi certamente riuscito nel suo intento, dato che molte divisioni tedesche erano ancora bloccate in Russia.
Terminata la guerra, nel gennaio del 1947, fu nominato segretario di Stato dal presidente Harry Truman. Subito dopo aver ricevuto la sua investitura politica, si mise all’opera per vincere anche la pace in Europa e, infatti, nel 1953 gli diedero il premio Nobel per la Pace.
Conosceva lo stato pietoso in cui versava il vecchio continente, coperto da rovine, in bancarotta e con l’ombra dell’orso sovietico che s’allungava sopra. Oltre ai postumi della guerra, anche la natura nel 1946 infierì sul nostro continente: quell’inverno vien ricordato come uno dei più freddi mai registrati, con metri di neve, temperature polari, migliaia di casi di assideramento e di morti di fame. Marshall capì che doveva intervenire rapidamente, con un pesante piano d’aiuti economici, per evitare che i partiti comunisti occidentali, avanguardie sovietiche, aumentassero il loro proselitismo fra le masse affamate e disoccupate.
Aiutato da pochi e fidati collaboratori, come George Kennan, Will Clayton, Charles Bohlen e soprattutto Dean Acheson, che prenderà il suo posto di lì a due anni, elaborò un piano di colossali aiuti economici, pari a circa 500 miliardi di dollari americani attuali. Prima di parlarne al presidente e certo che il Congresso non lo avrebbe mai ratificato, studiò il modo per renderlo pubblico, creando una sorta di fatto compiuto.
Lo presentò con un discorso che tenne all’università di Harvard, Cambridge, Massachusetts, il 5 giugno 1947. Questo può dirsi uno dei più importanti discorsi mai pronunziati nel secolo scorso e, pur essendo sconosciuto ai più, segnò l’inizio della prosperità e della pace in Europa. Non segnò, però, l’inizio della comunità europea in quanto tale, né dell’euro, perché entrambe furono la risultante dell’atavico timore nutrito dalla Francia nei confronti della Germania e, pensiamo, che non avrebbero incontrato il favore di Marshall.
George Marshall aveva ricevuto dozzine d’onorificenze e inviti a tenere conferenze, ma aveva sempre rifiutato. Solo in quel caso accettò, per avere l’opportunità di presentare il suo programma economico, senza troppa enfasi, com’era suo stile.
Si presentò vestito in abiti civili, come s’addiceva a un segretario di Stato e appariva in forma, capelli grigi ben pettinati e occhi azzurro chiaro. Fra scroscianti applausi s’andò a sedere su di una piattaforma posta sulla scalinata della Memorial Church, di fronte alla Widener Library. Dopo una prolusione in latino e in inglese da parte del rettore, venne chiamato a ricevere il suo diploma, lì disse poche parole di ringraziamento, anche se aveva anticipato nella sua lettera d’accettazione che avrebbe fatto delle osservazioni e forse detto qualcos’altro…
Quel qualcos’altro, scritto su sette pagine dattiloscritte, lo disse più tardi, alle 14, dopo il pranzo offerto dall’università per i parenti dei vincitori delle onorificenze e per altri pochi invitati.
Lesse quelle carte con la sua voce bassa e monotona, senza neppure alzare una volta lo sguardo sugli astanti: era un pessimo oratore. Nessuno capì cosa stesse dicendo e probabilmente più d’uno s’assopì, dopo l’abbondante pranzo.
Descriveva lo stato terribile in cui versava dell’Europa, la bilancia dei pagamenti impazzita, la miseria diffusa e concludeva che non c’era più tempo e aggiunse che gli Stati Uniti si sarebbero mossi. Il giorno dopo i giornali americani gli dedicarono solo un paio di righe e l’Ambasciata della Gran Bretagna non considerò il suo discorso degno del costo di ribatterlo e mandarlo con un telegramma a Londra.
Leonard Miall, un corrispondente della BBC, ne aveva ricevuto una copia la sera prima da un amico del dipartimento di Stato e leggendolo a casa, aveva capito la sua importanza. Chiamò Londra e disse che doveva essere mandato integralmente. Lo lesse lui stesso, come se fosse stato Marshall e lo chiamò “Apertura di Marshall” invece che piano.
A Londra, il ministro degli esteri britannico, a notte fonda, seduto sul bordo del proprio letto lo ascoltò alla radio e ne fu stupito e commosso. Poi commentò che era come: “Una corda buttata a degli uomini che stanno affogando. Portava speranza dove non ve n’era e la sua generosità andava oltre ogni mia aspettativa. Quello fu uno dei più grandi discorsi nella storia del genere umano.”
Nei mesi seguenti tutti rilessero e capirono, e le parole d’encomio si sprecano.
Papa Pio XII ne fu subito entusiasta, piacque anche al ministro degli esteri francese, Georges Bidault, che però divenne subito di cattivo umore non appena capì che i soldi sarebbero andati anche alla dannata Germania. Non aveva tutti i torti: grazie al piano Marshall nel 1951 la Germania sestuplicò la propria produzione industriale rispetto al 1946. Il primo ministro cecoslovacco Jan Masaryk apparve fuori di sé dalla gioia, ma non aveva fatto i conti con i sovietici e il 10 marzo 1948 volò, in circostanze mai chiarite, dalla finestra del proprio ufficio.
Non piacque a Stalin e ai comunisti europei che l’attaccarono ferocemente. I comunisti italiani si ribellarono con violenza a Venezia e in altre città, vi furono morti e feriti. Denunciavano il piano come un complotto ordito dagli americani, in combutta con Alcide De Gasperi, per schiavizzare il proletariato. In Francia ci furono molti scioperi, con gli operai che non si limitavano ad abbandonare il posto di lavoro, ma che distruggevano i macchinari prima di andarsene.
Il 1° aprile 1948 Palmiro Togliatti parlando in una piazza italiana tuonò contro il Piano Marshall e disse che quei soldi ce li poteva dare l’Unione Sovietica, seguirono fischi e risate, il 18 aprile 1948 perse le elezioni, che pensava di vincere.

Angelo Paratico
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