DIRITTI UMANI E GENDER: COMPRENSIONE, NON MISTIFICAZIONE

No al relativismo materialista ed al tecnicismo transumanista

 

Ci sarebbe da ridere, se la cosa non fosse seria per la nostra libertà e cultura, per il futuro della nostra stessa civiltà. Di cosa sto parlando?

Di uno dei fenomeni moderni e delle sue derive, ben evidenziate nell’articolo di Luigi Ippolito sul Corriere della Sera del 20 marzo scorso intitolato:

“’SONO UN UOMO (SOLO PER OGGI)’, SCONTRO SULLA LEGGE PER AUTODEFINIRSI. Londra, proteste e ‘duelli’ (anche in piscina) tra attivisti transgender e femministe”.

La faccenda nasce da una protesta ed è, nella seguente sintesi dell’articolo, presto detta:

Cosa ci facevano venerdì scorso due donne in boxer e a seno nudo nella piscina maschile di Dulwich, a sud di Londra? Semplice: si ‘identificavano’ come uomini e così protestavano contro l’idea, appoggiata anche dal governo, che il sesso di una persona non sia una questione biologica ma di auto percezione. La querelle può apparire bizzarra ma da un po’ di tempo oppone in maniera furiosa le femministe agli attivisti transgender: questi ultimi rivendicano il diritto per tutti di cambiare sesso a piacimento, le prime difendono gli spazi conquistati dalle donne dall’invasione di ‘finte femmine’. … All’origine della questione c’è la proposta del governo di introdurre una legislazione in base alla quale i transessuali potranno ottenere un certificato di riconoscimento del loro nuovo sesso senza passare per un esame medico o un’operazione chirurgica, né dimostrando di aver trascorso un certo tempo nel nuovo sesso, ma semplicemente dichiarandosi maschi o femmine. Un’idea che ha attirato critiche soprattutto da parte delle donne, che temono che uomini malintenzionati possano introdursi in questo modo in spazi femminili. … Le associazioni trans le hanno però accusate di ‘trivializzare l’esperienza dei transessuali e le loro sofferenze’ e hanno coniato un nuovo insulto, ‘TERF’: che sta per Trans-Exclusionary Radical Feminist, ossia femminista radicale che esclude i trans”.

Non ridete per favore… la questione è serissima e delicatissima! Non è certo mia intenzione scherzare su problemi che possono essere per alcuni anche devastanti… ma la cultura e la legislazione non riescono o non vogliono, evidentemente, affrontare certe questioni in maniera “razionale”.

Per mettere il problema in un’ottica “ragionevole”, serena e scevra da “furori ideologici” di vario segno e dal “relativismo” imperante, occorre fare, secondo me, delle necessarie premesse, oltre che tentar di vedere dove porteranno alcune tendenze della cultura e del “tecnicismo” moderno.

Le necessarie premesse e la consapevolezza del probabile futuro verso cui siamo lanciati ci dovrebbero obbligare a poggiare ogni ragionamento su basi ragionevoli, per trovare soluzioni politiche capaci di rispettare ed attuare maggiormente i Diritti Umani da un lato, però non “distruttive” per l’integrità psico-biologica dell’essere umano dall’altro.

La premessa iniziale e basilare, che dovrebbe sembrare ovvia ma di cui evidentemente non si tiene conto, è la seguente: non esiste alcuna ragione “naturale”, “biologica”, “filosofica”, “morale”, “etica”, “medica” o “scientifica”, che impedisca ad un essere umano di sentirsi a suo agio nel corpo che gli appartiene.

Tale ragione sarebbe, pertanto, di natura esclusivamente individuale ed avrebbe a che fare con la sfera mentale, emotiva e relazionale della singola persona, punto.

Per tutto ciò, nessuna legge o prassi o autorità dovrebbe imporre al cosiddetto “diverso”, di doversi sottoporre ad alcun protocollo o percorso atto a rinnegare, trasformare, ma anche accettare acriticamente, il suo “sentire”: ogni cosa voglia fare, ogni percorso voglia intraprendere devono rimanere sotto il suo esclusivo controllo, almeno fintanto non pretenda, in qualsiasi modo, di “imporre” particolari aspetti del suo “sentire”, agli altri.

Se teniamo ai Diritti Umani questa premessa ha necessariamente bisogno di poggiarsi su dei punti fermi.

Il primo di questi è il seguente: una persona che non si sente a suo agio nel suo corpo e che in vari modi, accenti e sensibilità, ritenga di appartenere più al sesso opposto che a quello biologico non è, certamente, “malata”, o “pazza”.

Oltre a ciò, la sua dignità non deve essere calpestata in alcun modo, in nessun momento ed in nessun luogo da questo suo sentire.

Rinominare in maniera apparentemente dotta e scientifica un qualsiasi “disagio” con un neologismo (in questo caso disforia di genere = disturbo dell’identità di genere) è un’operazione che “sa tanto di scientifico”: una prassi cara alla psichiatria ed alla psicologia che in tal modo pretendono di equipararsi alla medicina “seria”, senza per questo riuscirvi.

Oltre a ciò, lo stigma psichiatrico è di fatto devastante per l’integrità e la dignità della persona, anche se perfettamente inserito in protocolli “medici” su cui, purtroppo, la medicina “ufficiale”, la lobby farmaceutica, la cultura, la politica e l’informazione mainstream, il mondo scientifico e la giurisprudenza non sembrano avere la necessaria consapevolezza e/o interesse.

La catalogazione tanto cara alle “scienze” dal prefisso “psico” è una prassi che nasconde di fatto una grossa carenza culturale sull’essere umano tout court, ma nasconde altri gravi pericoli: il primo quello di avallare potenziali percorsi psichiatrizzanti, farmacologizzanti e “trasformanti”, che dovrebbero essere condannati dalla cultura e dalla scienza, e vietati dalla legge.

Più in generale: non dobbiamo cedere alla concezione psichiatrico-materialista indossata anche da molti esponenti delle neuroscienze, che riduce, di fatto, la mente e la persona al suo “cervello” e che, trattando i problemi umani con psicofarmaci li qualifica di fatto come “malattie”, cioè disfunzioni di un organo, in questo caso del cervello.

Sentimenti e sintomi psicologici hanno origine dal vissuto, dalle abitudini e dalle idee della persona, fattori che si riflettono sul corpo ed a livello mentale, ma che hanno delle cause “altre”: nel cervello abbiamo “solo” una “centralina di trasmissione”, sofisticatissima e plasticissima, addirittura riprogrammabile dalla persona stessa con nuove attività ed interessi, un “quadro comandi” che esegue input che trovano origine in altre sedi e momenti.

La plasticità del cervello dichiara la non riducibilità funzionale dello stesso ad effettivi e riscontrabili parametri, possibili invece per altri organi: l’esperienza ci dice, al contrario, che con il giusto aiuto volto a potenziarne le riflessioni, con vari studi, esercizi, con nuovi input ed attività, con gli adeguati cambiamenti e ri-considerazioni, l’uomo ha tutti i mezzi per cambiare in meglio ogni condizione indesiderata.

Pretendere di alleviare chimicamente sintomi o sofferenze di vario tipo è, per queste ragioni, un obiettivo sbagliato e deve considerarsi una mistificazione, di fatto una prassi equiparabile alla stregoneria ed ai mezzi coercitivi del passato, però più devastante perché infida, apparentemente innocua perché “certificata” da una “presunzione scientista”.

Una prassi totalmente a-scientifica che ingrassa l’industria farmaceutica, da cui ricava la sua più grande fonte di entrate, e che la colloca alla stessa stregua dell’inquisizione o di ogni altro tentativo uniformante di controllo del passato: fa comodo al “potere laicista” moderno che si avvale del relativismo e dello scientismo, oggi imperanti a livello culturale.

Per quanto sin qui detto, la cultura moderna sembra “non vedere” le reali implicazioni di questa deriva meccanicista: lasciar fare chi considera il cervello l’essenza stessa della persona è un’operazione che taglia millenni di cultura e di speculazione filosofica, etica, religiosa ed umanistica, per non parlare del “sentire” della maggior parte delle persone che crede in un’intima realtà trascendente.

Cultura, politica e giurisprudenza dovrebbero, per tutto ciò, lottare per impedire o ridurre grandemente il tecnicismo amorale, che sta invadendo sempre più la totalità degli ambiti umani.

Nel caso specifico, tale tecnicismo arriva a prevedere la messa in opera di protocolli che partono dall’infanzia, con la pretesa di etichettare dapprima i fenomeni relativi alla sessualità che sembrano “deviare” dalla maggioranza come “disturbi”, per classificare poi i soggetti interessati come gender variant: il tutto finalizzato ad avviare dei “supporti psicologici” preparativi al trattamento farmaceutico con ormoni e triptorelina per la cosiddetta “sospensione della pubertà”, in vista della definitiva “transgenderizzazione”.

Il “tecnicismo” sembra quindi essere l’arma finale del “materialismo relativista” moderno, con cui ridurre la persona, le sue specificità, il suo essere ed i suoi sentimenti ad un fatto perimetrato da standard para-medici, su cui intervenire tecnicamente, avallando il tutto con la nuova morale “transumanistica”, con l’ipocrita giustificazione di proteggere i soggetti dall’isolamento sociale o da atti discriminatori come il “bullismo omotransfobico”.

Tale protocollo è un orrore sotto molti punti di vista, a cui si aggiunge l’aggravante della precocità della sottomissione dell’individuo a questa “visione”: il “furore ideologico” caratterizzato dal dover permettere tutto ciò che la tecnica permette dimentica, in questo caso, che tali fenomeni sono spesso non ben definiti, soprattutto sono per la maggior parte transitori nello stato infantile o adolescenziale, in ogni caso assolutamente variabili da persona a persona.

Un documento dell’associazione pediatrica americana afferma chiaramente che il trattamento della pubertà con ormoni comporta molti rischi: si può arrivare a bloccare crescita, fertilità e salute di adolescenti sani, a cui si dovranno in seguito somministrare altri ormoni “cross-sessuali” nella tarda adolescenza con ulteriori gravi rischi per la salute.

Il documento ci ricorda che le statistiche mostrano come il naturale superamento della pubertà determini l’accettazione del proprio sesso per il 98% di ragazzi e per l’88% di ragazze.

Senza dimenticare che il tasso di suicidi per chi sperimenta tali protocolli o si sottoponga a chirurgia per cambiare il proprio sesso è del 20% più alto rispetto agli altri.

Una politica che non riconosce o nasconde le questioni e i dati qui menzionati (e non dimentichiamo i problemi etici relativi all’aborto, alle manipolazioni genetiche e relative alla natalità, all’utero in affitto) sta facendo, di fatto, il gioco della TECNICA e del TECNO-SCIENTISMO che, al pari dell’economia, della finanza, del denaro e delle risorse naturali non è sotto il controllo politico degli Stati ma, in buona sostanza, di lobby e logge private che hanno due soli obiettivi: controllo e guadagno.

Una politica che non vede nel TECNO-SCIENTISMO un fenomeno da porre sotto stretto controllo ci consegna, di fatto, nelle mani delle lobby militare e farmaceutica, come già evidenziato in questo articolo dove parlo del “Global trend 2030”, un documento di previsione sul futuro prossimo venturo ad opera delle 17 agenzie di intelligence americane.

Una politica di deriva culturale relativista, come quella che nel caso in questione permette tranquillamente di dichiarare il proprio sesso “percepito”, mostra di non avere nessuna comprensione dei fattori in gioco e del futuro che ci attende.

Una politica che non elimina dai programmi scolastici la tematica della sessualità tout court, apre le porte a forzature ideologiche di vario segno e “moda culturale”: la sessualità deve essere liberata da influenze che diventano di fatto autoritarie, e lasciata al naturale sviluppo personale, esperienziale, familiare e culturale di ognuno.

L’etica dei 30 Diritti dell’Uomo è più che sufficiente, se veramente pubblicizzata nei programmi scolastici ed attuata da una politica consapevole, a proteggere chi si sente temporaneamente o permanentemente “diverso” dalla maggioranza, ed a permettergli la dignità che gli spetta in quanto essere umano, diverso da tutti gli altri ma eguale nei diritti.

Una politica che permetta, d’altro canto ed in qualsiasi modo, che l’“ideologia della diversità” diventi il parametro cui far sottostare tutti, è complice della chiara tendenza politico-culturale in atto: controllo sociale ottenuto tramite la distruzione dell’identità umana, della famiglia e della socialità.

I Diritti Umani pretendono libertà, dignità e responsabilità da parte di ognuno verso ogni altro, non si attuano con politiche apparentemente progressiste di manomissione biologica, mistificazione culturale ed assoggettamento tecnologico.

 

Massimo Franceschini, 6 aprile 2018

 

 

 

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