DIAMO ANCORA CREDITO ALLA PSICHIATRIA?

La perfetta guardia del corpo del tecnicismo antietico

 

A volte occorre esser feroci, e questa è una di quelle.

Feroci con la morte procurata, “consigliata” o accompagnata da vivi già morti.

Feroci con la morte che abbiamo dentro, con la morte desiderata.

Feroci con la morte che ci assicuriamo ogni volta in cui finiamo nei percorsi legali e illegali in cui perdiamo l’essenza del nostro essere, la dignità e la vita stessa.

Soprattutto feroci con la morte lenta procurata dal sistema cultural-industriale che parla di giustizia e “scienza” mentre serra le catene al pensiero.

Feroci con chi propone “cure” per presunte “patologie” che nulla hanno di biologico, almeno nelle cause.

Feroci con lo stesso sistema, questa volta mediatico, quando presenta la realtà in modo da abituarci a morire, giorno dopo giorno.

Un sistema dell’informazione che digerisce tutto, anche le sue fake più o meno “volontarie”, sempre distogliendo l’attenzione dai veri nodi delle questioni.

Sto parlando del caso della ragazza, Noa, a cui non è stato trovato di meglio che lasciarsi morire, dopo anni in cui avrebbe lottato per farla finita, anni passati in “cure” psichiatriche devastanti, dopo esser stata a più riprese abusata e violentata.

Dagli “scioccosi” media prima scopriamo, e siamo al 5 giugno, che in Olanda sarebbe accaduto, grazie ad una legge in vigore dal 2002, che lo Stato e i genitori abbiano aiutato la diciassettenne a togliersi la vita.

Notizia quindi scioccante, partorita nel modus operandi tipico di giornali e TV che sbattono in faccia un’“informazione” che colpisce, con l’intento evidente di creare il maggiore sconcerto possibile.

Il giorno dopo, 6 giugno, i media correggono la svista, sembra causata da un iniziale articolo impreciso: in effetti sembra si tratti “solo” di suicidio assistito, addirittura con la presenza di medici, dato che la ragazza si era vista rifiutare la richiesta all’eutanasia perché, a quanto sembra abbia detto, dal Corriere, “Pensavano che ero troppo giovane per morire. Pensavano che avrei dovuto completare la mia terapia per i miei traumi e che il mio cervello dovesse prima finire di crescere”.

Quindi, in prima battuta i media ci prospettano che si possa anche concepire o convivere con queste “normalità”, permesse da un tecnica sempre più “inarrestabile” e dalla morte di un’etica personale e civile.

Infatti il primo giorno, sempre sul Corriere, quel campione del politicamente corretto, Massimo Gramellini, non riusciva ad andare oltre una metafora, anche se certamente efficace e sentita: “L’esperienza insegna che qualsiasi dolore, anche il più atroce, può fortificarci o distruggerci, dipende da quanta forza riusciamo a infondere nell’affrontarlo. Noa non ne aveva più. Siamo dei dischi in vinile, pieni di righe e di ditate su cui la puntina della vita scivola precaria, limitandosi di solito a produrre un fruscio. Ma per qualcuno la puntina è troppo pesante, o la riga troppo profonda, e allora il disco si incanta”.

Abbiamo qui l’ennesimo esempio che in certi ambiti non si riesce ad inquadrare il vero problema, che è sicuramente culturale, filosofico e giuridico.

L’ennesimo esempio che il mondo della cultura dominante non riesce o non vuole intaccare il dominio del tecnicismo e dell’industria.

Andiamo con ordine.

La ragazza in questione aveva subito violenze sessuali dagli 11 ai 14 anni e dalla sua intensa attività sui social ed editoriale, con annessa vincita di premio letterario, apprendiamo che non ce la faceva più a vivere, che soffriva di depressione, anoressia, forme di autolesionismo con vari tentativi di suicidio.

Il rifiuto all’eutanasia da parte della clinica cui si era rivolta sembra sia la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso di sofferenza iniziato con gli eventi violenti di cui è stata oggetto e riempito con oltre “venti ricoveri, un internamento giudiziario in ospedale durato sei mesi, anni di terapie che non sono riuscite ad aiutarla”, Corriere del 7 giugno.

Addirittura i genitori avrebbero chiesto, fortunatamente invano, che fosse “curata” con l’elettroshock”, una misura contestatissima ma mai abolita, possibile solo per gli adulti.

E comunque, stiamo parlando della tanto decantata Olanda, spesso presa ad esempio di democrazia e progresso ma già denunciata nel 2001 dalla Commissione ONU per i Diritti Umani, e nel 2006 con un articolo sul New England Journal of Medicine in cui si evidenziava che su 1000 bambini morti nel primo anno di vita 600 lo erano per decisione di un medico, che ne certificava la futura pessima qualità della vita.

Olanda in buona compagnia della Svezia come avamposti della modernità tecnicista antietica: già dal 1936 al 1976 la Svezia aveva adottato la sterilizzazione di decine di migliaia di detenute, di alcolisti, di persone con disturbi mentali, socialmente disadattati o di altre razze.

Come del resto fecero Norvegia, Danimarca, Finlandia e tanti altri Paesi, compresi USA e Canada.

Il Nord Europa, ancora, che ha fra i più alti tassi di uso di psicofarmaci con relativi suicidi, inevitabili visti gli effetti collaterali dei farmaci stessi.

Ed è qui il punto, culturale, medico, politico e giuridico, che ha due questioni principali.

La prima è quella dell’immeritata credibilità assunta dalla psichiatria in ambito “scientifico” e giuridico: le cronache sono piene di insuccessi psichiatrici che spesso sfociano in gravi atti delittuosi, anche indiscriminati e autolesionistici.

La seconda è quella relativa alla “santa alleanza” psichiatria-industria farmaceutica, che mette in un angolo ogni approccio medico veramente etico, privilegiando il consumismo di pastiglie per il cervello.

Diciamolo subito: indipendentemente da qualsiasi altra considerazione Noa non aveva una malattia biologica tale non poter essere vissuta con un minimo di dignità e presenza, dopo aver ricevuto non delle “cure” bensì un vero aiuto.

Il problema è proprio alla radice: considerare “malattie” quei disturbi derivanti dagli eventi negativi della vita è scientificamente improprio, un errore che si trascina una marea di conseguenze a tutti i livelli, anche giuridici.

Questo perché una malattia è un’alterazione funzionale del corpo, dimostrabile analiticamente e con un decorso conosciuto e prevedibile.

Il campo del mentale non risponde a questa descrizione e qualsiasi pretesa psichiatrica di individuare degli “squilibri biochimici nel cervello” di una persona sofferente, oltretutto senza agire sulle cause del disturbo, è da considerarsi pseudoscientifica, velleitaria, filosoficamente aberrante e giuridicamente distorsiva, come già esposto qui.

La psichiatria è scientificamente velleitaria perché non tiene conto che il cervello è un organo assai delicato ed estremamente plastico, in continuo cambiamento perché sensibile alle abitudini del suo padrone, alle condizioni fisiche, ambientali e relazionali.

Di fatto la psichiatria si disinteressa delle cause delle eventuali alterazioni nella chimica del cervello ed interviene chimicamente o con l’elettricità, nei tempi passati anche con la chirurgia: tutti approcci invasivi che modificano grandemente l’organo che connette la persona al mondo e al suo corpo, determinando un enorme cambiamento nella sua vita, nella consapevolezza di sé, nelle sue emozioni e pensiero, con effetti collaterali anche devastanti.

La psichiatria fa questo anche per l’età evolutiva, nonostante ritenga che una persona non sia completamente formata finché il suo cervello non abbia finito di crescere!

Purtroppo Noa si è mostrata completamente succube di questa cultura medicalizzante, tanto da affermare nel suo libro, sempre dal Corriere del 5 giugno: “Voglio provare ad aiutare altri giovani come me visto che in Olanda non esistono strutture o cliniche per ragazzi con questo tipo di problemi”.

Questo anche se, sempre dal suo libro e dal Corriere del giorno successivo apprendiamo che “…non voleva che la sua volontà fosse violata. Si è opposta con tenacia all’‘umiliazione’, come la definiva lei, dei ricoveri coatti, all’‘orrore’ delle vesti contenitive che dovevano evitare si facesse male con le sue mani, alle udienze davanti ai giudici che la facevano ‘sentire come una criminale, anche se non ho mai rubato una caramella in vita mia’, al ‘trauma’ dell’isolamento”.

Veniamo all’aspetto “filosofico”: dobbiamo capire che la psichiatria più “materialista” e determinista, in buona compagnia di molti dei nuovi “guru” delle neuroscienze pensano, di fatto, che le persone siano i loro cervelli.

Pretendono di “aiutare” i “malati” modificando lo stato del cervello ma il loro intervento, oltre alle problematiche sin qui evidenziate, scavalca la possibilità del pensiero della persona stessa e dell’aiuto offerto tramite la parola.

Storicamente il vasto campo umanistico ha sviluppato molteplici percorsi di aiuto o auto-aiuto, di riflessione, di ri-considerazione, di pace interiore, di psico-terapia, nella più ampia accezione del termine e nel quale si deve inserire anche il variegato ambito religioso e spirituale.

Gli “psico-neuro-qualcosa” pretendono di tagliare il millenario pensiero umanistico perché “autorizzati” da osservazioni sull’aspetto biologico, quindi parziali, ed investiti dalla modernità materialista e tecnicista di un’aurea di “immunità culturale”.

E questo senza dimostrare, con tutta evidenza, di poter tradurre tutto ciò in prassi accettabili razionalmente, scientificamente e deontologicamente.

Il materialismo fa della “scienza” il nuovo Dio, senza che la vera scienza l’abbia mai chiesto o preteso.

La storia di Noa lo dimostra, con tutta evidenza: anni di psichiatria, di farmaci e di approcci medicalizzanti per una situazione derivante dagli eventi di una vita sfortunata, hanno portato al desiderio di morte e all’accettazione di questo desiderio da parte di chi le era vicino.

Dal Corriere del 7 giugno capiamo l’impotenza della medicina e della cultura per gli ambiti della sofferenza interiore, impotenza causata dall’aver ceduto al “materialismo tecnicista” incarnato dalla psichiatria: “la commissione dell’ospedale, a inizio anno, ha accertato che Noa era capace di prendere decisioni sulla sua salute, che il suo desiderio di rifiutare alimentazione forzata e flebo e di avere invece cure palliative per morire ‘in modo umano’ era legittimo. Anche se il padre e la madre erano convinti che ‘non volesse davvero morire, ma solo smettere di soffrire’, hanno dovuto accettare la scelta”.

La cosa che dovrebbe far riflettere, a conferma dell’insostituibilità di un percorso “umanistico”, è il fatto che a Noa non sono mancati amici, appoggi, occasioni di esprimere le sue angosce, anche da scrittrice, di far sapere al suo mondo ciò che era accaduto.

Evidentemente, attività e relazioni del tutto insufficienti.

Niente può sostituire un percorso, anche doloroso, in cui la persona possa affrontare direttamente gli eventi del passato, in qualsiasi modo scelga di farlo fra quelli proposti dalla sua cultura e tradizione, fra quelli che sente più veri o affini.

Le cicatrici che fanno veramente male e prendono il controllo della vita sono mentali ed emozionali, niente può sostituire l’azione della persona che le indossa nel momento in cui è pronta ad affrontarle.

Aggiungere cicatrici e catene chimiche non sembra proprio adatto alla liberazione dal dolore, eppure è la prassi ufficiale e consolidata.

Il vero aiuto non dovrebbe medicalizzare ambiti impropri e non si sostituirebbe al pensiero della persona, ma la accompagnerebbe anche con una continua presenza, se necessaria, sino al momento in cui le forze le permetteranno di affrontare ciò che è accaduto, di parlarne fino ad esaurirne la forza.

Nessuna pillola può far ciò, anzi, crea una barriera chimica all’azione diretta del pensiero e un tunnel che sposta continuamente il fondo, un miraggio continuamente rinviato.

L’ampia pubblicistica di critica alla psichiatria ed a qualsiasi approccio che tenda a scavalcare la dignità e la realtà consapevole della persona dimostra, per chi lo vuol vedere, il grande inganno di questi approcci.

Abbiamo tutti il diritto all’aiuto e il dovere di dare aiuto, ma abbiamo anche il dovere di comprendere in cosa consiste il vero aiuto e i surrogati che oggi si spacciano in sua vece.

 

Massimo Franceschini, 09 giugno 2019

qui il mio libro, un programma politico ispirato ai Diritti Umani in cui ipotizzo linee guida utili a risolvere le problematiche di questo ambito

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