C’ERA UNA VOLTA… LA MERAVIGLIA DEL CINEMA

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Dei problemi… di alcuni critici

 

La relazione creatore-fruitore nell’arte è centrale: la complessa comunicazione che instauriamo con un soggetto non alla nostra portata, come ad esempio un autore di un disco mentre lo ascoltiamo, di un libro mentre lo leggiamo o di un film ha infinite variabili, interne alla “linea di comunicazione”.

Tale relazione determina, se così possiamo dire, la riuscita stessa della comunicazione artistica.

Il rapporto che si instaura fra i due terminali di questa linea è inoltre filtrato da agenti esterni alla comunicazione stessa, ad esempio amici e media.

Per variabili interne intendo tutti quei fattori intrinseci ai due terminali della linea, come la capacità di essere attenti, di cogliere atti o suggerimenti, o la consapevolezza su ciò che si vuole veramente esprimere, considerando anche un eventuale, assoluto, disinteresse da parte dell’autore per cosa possa essere compreso nella fruizione dal fruitore.

Le variabili proprie del fruitore hanno a che fare con la capacità di comprensione, la consapevolezza di ciò che l’autore sta manifestando, condizionate anche dal punto di vista personale e da svariati fattori consci e inconsci.

Fra questi elementi “interni” ne abbiamo uno di fondamentale importanza, non solo per l’autore nel momento dell’esibizione, ma anche per il fruitore stesso: la necessaria capacità di “essere completamente nel luogo in cui si è” terminale della linea di comunicazione.

Questa necessaria “presenza”, per essere veramente tale, deve permettere al fruitore di godere appieno della fruizione senza essere troppo condizionato da aspettative, idee fisse, prevenzioni o “sicurezze” di sorta.

Dato che il cinema offre una molteplicità di forme e mezzi espressivi – scrittura, recitazione, musica, montaggio, fotografia, sonoro ed altri, una tavolozza enorme in mano al regista – la capacità di viverlo “nel presente” è fondamentale.

Se il fruitore non riesce a compiere quest’operazione rischia di non percepire o di percepire altro, di sentire solo cosa vuol sentire o di non capire cosa non si aspetta di vedere, rischia insomma di non entrare in contatto con le possibili sintonie proposte dall’autore.

Rischia insomma, fra le altre cose, di non godersi appieno la creazione data la “pretesa”, più o meno consapevole, che l’autore debba essere in un certo modo o debba dire sempre le stesse cose, nello stesso modo.

Oltre a questo, e cosa più importante, si rischia di non riuscire ad esprimere un pensiero su quanto visto o sentito, una pur minima “elaborazione” personale che sarebbe poi, in definitiva, il momento “creativo” più importante dopo quello originario che ha dato forma all’opera: l’arte infatti crea in ogni momento dato che viene pensata, trasmessa, ritrasmessa, assaporata, ragionata e assimilata, più o meno consciamente fino a cambiare in qualche modo l’altro capo della linea di comunicazione, il fruitore.

Potremmo dire quindi che l’arte inizia con una creazione e termina con un’altra creazione data dal fatto che il fruitore ne resta “modificato”.

La premessa che vi ho sottoposto riguarda anche la critica, pur con alcune debite differenze, ed è per me necessaria per parlare dell’ultimo film di Quentin Tarantino, C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD, un film che mi sono goduto dalla prima all’ultima inquadratura ma che sembra destinato a dividere, come pochi altri, sia a livello di critica specialistica, sia a livello “popolare” sui social media.

E siamo così al Maurizio Porro che assegna un bell’otto al film, con un pezzo sul Corriere della Sera del 19 settembre scorso che mi trova abbastanza concorde.

A  mio parere Porro centra subito il senso del film così: “Come è nello stile di Tarantino, l’unico Messia oggi riconosciuto dal popolo cinefilo che va in trance, anche in questo nono e forse penultimo film, C’era una volta a… Hollywood, c’è una geniale sbandata nell’ultima parte che è il bellissimo e segreto regalo che il regista stavolta fa non al cinema, ma alla vita. Il resto dei 161 piacevolissimi ma un poco sovrabbondanti minuti è un riavvolgere il filo della memoria, localizzata precisamente nel 1969…”.

Sentiamo ancora: “Il fascino dell’epoca scomparsa diventa il contesto di una storia classica d’amicizia virile alla buddy buddy, con la straordinaria partecipazione di una bambina curiosa, ma l’autore, mai così disincantato, si prende la libertà di riannodare i nastri, come ha fatto negli ultimi suoi film (il finale di Bastardi senza gloria)”.

Ancora dei passaggi interessanti: “… viaggio di Tarantino nel passato hollywoodiano, proprio nelle consegne a un’altra generazione… tenendo sempre il piede su due pedali, l’action e il dialogo, è di bravura specialissima, anche se stavolta rischia l’eccesso delle citazioni e delle allusioni. … Il contrapporre momenti di esistenza, abbastanza infelice, a momenti di cinema, abbastanza splendidi, lo porta a guardare nel mezzo senza poter scegliere…”.

Anche se il Porro non nasconde alcune perplessità non manca di riconoscere meriti all’artista e niente ha da dire sulla libertà che si prende nel “riannodare i nastri”.

In sintonia con lui lascio quindi aperto il giudizio, o meglio, lascio la libertà di guardare ognuno dal proprio punto di vista ciò che potrebbe essere “sovrabbondante”; parlare di “eccesso” di citazioni e allusioni è ovviamente del tutto relativo: dal momento che Tarantino è capace di “tenermi” sulle sue immagini per me non eccede, ma posso capire, anche se rimando all’introduzione di questo articolo.

Concordo poco o niente invece con il collega del Porro, Paolo Mereghetti, che il giorno dopo, sempre dalle stesse colonne sembra proprio rispondere al collega contestando le libertà dell’autore: “A questo punto rischia di essere un vizio. Dopo Bastardi senza gloria e Django Unchained, anche in C’era una volta a… Hollywood tarantino stravolge completamente i fatti per restituirci una personalissima e ‘salvifica’ visione del cinema. Ieri aveva eliminato Hitler mettendo una fine anticipata alla Seconda guerra mondiale e trasformando in un ‘pranzo di gala’ il razzismo e i suoi paladini…”.

Quindi Tarantino sarebbe “politicamente scorretto”?

Giusto trattarlo come un documentarista ubriaco o disonesto che stravolge la storia?

Forse il Mereghetti ha paura che Hitler e il razzismo non appaiano abbastanza terribili nei due film? A me non sembra proprio!

Ma quali problemi si fanno alcuni critici? Di nuovo, rimando alla mia introduzione.

Continuiamo con la critica del Mereghetti, pur sempre “autorità” del settore a cui non si può certo imputare assenza di cultura, che proprio non digerisce Tarantino quando “… cambia le carte in tavola con il massacro di Sharon Tate. La spiegazione dovrebbe essere tutta nella forza del cinema e nella sua capacità di rendere credibili anche le fantasie più scatenate dei suoi registi. Ricordate la citazione che Godard metteva all’inizio del Disprezzo attribuendo a Bazin una frase di Michel Mourlet? ‘Il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che vogliamo’ e Tarantino ribadisce con questo film di voler riconoscere come unica sua logica quella della coerenza cinematografica: forse la storia del cinema riesce a dimenticare i campioni dei film di serie B… ma per lui sono dei miti. E quindi è giusto che nei suoi film si comportino da eroi. Con un problema, però: che questa specie di santificazione finisce per trasformare ogni cosa in un gioco”.

Fermiamoci qui, per un attimo.

Pur dall’alto della sua cultura il Mereghetti riesce a contestare la logica dell’artista, la sua “coerenza cinematografica”, perché ciò trasforma ogni cosa in un gioco!

Io ne vorrei di più di artisti del genere!

Evidentemente il “politicamente corretto” per il Mereghetti impone di essere sempre “seri” sulle cose più drammatiche della storia, annullando la libertà dell’artista “degradandolo” così a storico, non me ne vogliano gli storici, e restringendo di fatto la libertà di chiunque di poter approcciare liberamente alcune questioni, anche quando non si è nella condizione di poter/voler riscrivere la storia.

Questa la giustificazione del critico: “La conseguenza su cui varrebbe la pena di riflettere è che Tarantino non modifica solo la realtà ma cancella anche il Tragico che la storia si porta dietro. Il Male, il Dolore, la Sofferenza. Capace solo di giocare con il cinema, Tarantino non sa uscire da una visione del mondo fanciullesca, divertente ed esagerata, dove ogni dramma si può risolvere con una battuta, una strizzatina d’occhio. Non è un caso che per quasi due ore il film cerchi di annegarci dentro il suo mare di citazioni, così alla fine siamo disposti a scherzare su tutto, anche sui massacri della setta Manson. Ben contenti di giustificare con l’entusiasmo cinefilo la nostra paura di guardare in faccia le tragedie del mondo”.

Alla faccia di filosofi e uomini di cultura che riconoscono la forza e la vitalità dei bambini e ci spingono a recuperare quanto possibile della dimensione perduta!

Oltre a questo il Mereghetti sembra voler sminuire l’abilità del regista mentre ci “psicologizza” per le paure che avremmo, come un qualsiasi “psico” da talk televisivo.

Credo dovremmo ringraziare Tarantino per il suo cinema che tiene incollati gli occhi, le orecchie e i cuori allo schermo, che sa rapirci anche quando apparentemente non succede niente, che ci fa godere la tensione dell’attesa indipendentemente dalla nostra cultura e capacità di leggere tutti i piani dei suoi film: con buona pace dei critici, certamente sopraffini, che a volte sembrano perdere la meraviglia del cinema.

 

Massimo Franceschini, 5 ottobre 2019

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