La prima metà della rete metallica

di Giovanni Lazzaretti

 

Giulietta e Romeo

“Giulietta e Romeo” è uno dei racconti più famosi di Guareschi (anche se quasi nessuno lo ricorda con quel titolo) perché accompagna dall’inizio alla fine il primo film di don Camillo.

Giovannino Guareschi

Gina (cattolica) e Mariolino (comunista) si ritrovano dopo anni al comizio della vittoria elettorale del PCI. Colloquiano durante lo sciopero generale. Chiedono aiuto alla vecchia maestra per il loro matrimonio impossibile. Sono protagonisti anche nella partita di calcio tra la Dinamo e la Gagliarda. Provano a fare un matrimonio blitz. Non riuscendo, vanno verso il suicidio nel fiume. Vengono fermati, li sposa il Vescovo, festa in paese.

Come sempre accade, il film deve semplificare all’osso, e il racconto originale è ben più complesso. 

È la storia di una faida familiare, senza intervento dei Carabinieri o della Giustizia. Dispetti, botte, fucile, crollo di edifici, vacche ammazzate,… Il tutto diretto dal vecchio Ciro della Bruciata (nonno di Mariolino) e dal vecchio Filotti (nonno di Gina).

Non ci fu bisogno di nessuna spiegazione: tutto l’esercito era a tavola e, quando entrò Mariolino con la faccia a pezzi, il padre fece per alzarsi ma il vecchio Ciro con un cenno lo inchiodò alla sedia. Poi si alzò lui e, seguito a distanza da tutta la tribù, si avviò verso il pero.

Qui trovò ad aspettarlo il vecchio Filotti. Erano sui sessanta tutti e due, ma si scazzottarono come giovanotti. Però, siccome poi si accorsero che per rimettersi a posto le ossa ci volle un mese e più, accadde che il vecchio Ciro, una mattina, arrivato al confine, trovò che qualcuno lo aveva chiuso per metà con una rete metallica. 

Allora egli chiuse con rete metallica l’altra metà e non se ne parlò più.

Il Filotti chiuse la prima metà della rete metallica. Perché poteva compiere quell’atto? 

Sappiamo dal racconto perché voleva farlo: perché sono troppi trenta giorni per rimettersi a posto le ossa.

Ma il perché poteva è tutto un altro discorso. È un discorso intimo e morale.

 

La prima metà della rete tra Russia e Ucraina

Siamo al primo anniversario della “guerra mediatica” tra Russia e Ucraina. Spero che ormai tutti i lettori abbiano memorizzato che la guerra parte nel 2014 col colpo di Stato di (Euro)Maidan e con l’attacco ucraino al Donbass. Ma il 24 febbraio 2022 è comunque una data simbolo da ricordare, perché i media si interessano di Ucraina solo da quel momento.

9 anni di guerra. Oppure 1 anno di guerra se volete partire dall’ingresso di truppe russe nelle repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk. Secondo me, e secondo un numero sempre crescente di italiani, è ora di stendere la rete metallica di separazione.

«Io a parlare con Zelensky se fossi stato il presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché stiamo assistendo alla devastazione del suo paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili. Bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto, quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore.»

«Per arrivare alla pace penserei che il signor presidente americano dovrebbe prendersi Zelensky e dirgli: “È a tua disposizione dopo la fine della guerra un piano Marshall per ricostruire l’Ucraina. Un piano Marshall da 6, 7, 8, 9mila miliardi di dollari, a una condizione: che tu domani ordini il cessate il fuoco, anche perché noi da domani non vi daremo più dollari e non ti daremo più armi”. Soltanto una cosa del genere potrebbe convincere questo signore ad arrivare ad un cessate il fuoco.»

Questa recente esternazione berlusconiana non ha nulla di erroneo, è perfettamente ragionevole. Sarebbe un modo per chiudere metà della rete metallica. E Berlusconi non è nuovo a queste narrazioni realistiche.

Ma invece di stendere la prima metà della rete metallica, saltano fuori riunioni come quelle di Monaco.
59a Conferenza per la Sicurezza, Münchner Sicherheitskonferenz 2023.

 

Monaco

Per una volta scelgo il mio antico giornale, Avvenire. Articolo di Lucia Capuzzi, 18 febbraio 2023. Devo riportare l’articolo integralmente.

Su una cosa, forse l’unica, sono stati tutti d’accordo a Monaco. La guerra in Ucraina va avanti. Trecentosessanta giorni dopo la tragica invasione, l’Ucraina e la Russia – forse «indebolita» come ha detto Kamala Harris – continuano a combattersi. Fino a quando? Le risposte, a questo, punto divergono. Kiev e gli alleati occidentali puntano a una vittoria netta sul campo di battaglia. Lo stesso vuole Mosca. I margini per una soluzione politica restano stretti. Anche se ora Pechino cerca di ritagliarsi un ruolo da mediatore.

Alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco, oggi, è stata la volta di Washington con la staffetta tra la vicepresidente e il segretario di Stato, Antony Blinken. Entrambi hanno attaccato frontalmente il Cremlino, colpevole di crimini contro l’umanità. «Non ci sono dubbi che li abbia commessi», ha tuonato Harris. «Ne abbiamo le prove», le ha fatto eco Blinken, seguito da una dichiarazione del G7 in cui si ribadisce «l’impegno a chiedere conto ai responsabili, compresi il presidente Putin e leadership russa» della «atrocità perpetrate». La vice di Joe Biden ha pronunciato parole dure nei confronti di Mosca, “cattiva maestra” di disordine globale. Il vero destinatario del j’accuse era, tuttavia, Pechino: «Ci preoccupa il fatto che quest’ultima abbia approfondito le relazioni con la Russia dall’inizio della guerra». Critiche ricambiate dal ministero degli Esteri cinese, Wang Yi, che non ha rinunciato a una frecciata sulla vicenda del “pallone spia”.

La reazione di Biden – che ha fatto abbattere l’oggetto, ritenuto un sistema di sorveglianza da parte di Pechino – è stata «isterica» e «assurda», ha detto. Sull’Ucraina, invece, Wang ha anticipato la presentazione di una proposta di pace in cui vengono difesi i principi di integrità territoriale e sovranità. Uno spiraglio colto dall’omologo ucraino Dmitry Kuleba che ha riconosciuto il potenziale «ruolo cinese» nella soluzione della crisi e lo ha incontrato in un bilaterale a margine. Certo, il capo della diplomazia di Kiev ha ribadito la richiesta di armi e, in particolare, caccia. «Alla fine li riceveremo», ha affermato. I leader Ue hanno espresso, individualmente e in un comunicato congiunto, il proprio sostegno incondizionato a Kiev per tutto il tempo necessario. «A costo di smuovere le montagne – ha detto la presidente della Commissione –, dobbiamo raddoppiare il sostegno militare a Kiev». Sulle stesse posizioni il leader britannico, Rishi Sunak. Cosa di per se tutt’altro che semplice. Gli arsenali iniziano a svuotarsi, soprattutto di munizioni.

Per far fronte alla sfida, Von der Leyen ha lanciato l’idea di ripetere il “metodo anti-Covid”. Ovvero di impiegare lo stesso sistema impiegato per i vaccini contro il coronavirus. «È tempo di accelerare la produzione standardizzata di prodotti di cui l’Ucraina ha disperato bisogno, in particolare per le munizioni». A tal fine, la presidente Ue ha proposto di utilizzare come meccanismo di coordinamento il Fondo europeo per la pace: «Possiamo fare come abbiamo fatto con il Covid: abbiamo convocato le industrie e chiesto loro di cosa avevano bisogno per aumentare la produzione e abbiamo stilato con loro i contratti di pre-acquisto per aiutarli a farlo».

L’ipotesi trova il consenso dei Ventisette. A cominciare dalla Finlandia, tra le più accese sostenitrici dell’incremento della quota di Pil destinato alla difesa, come ha affermato la premier, Sanna Marin. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, nel frattempo, ha ribadito la posizione italiana di sostegno a Kiev, per «arrivare alla pace ma non con una resa». Quella che comincia domani è una settimana importante nell’evoluzione della crisi. Biden atterrerà a Varsavia martedì e, da lì, invierà un messaggio a Putin lo stesso giorno in cui quest’ultimo parlerà a Mosca. Poi il presidente Usa proseguirà per Bucarest per incontrare i leader dei membri Nato dell’Europa orientale e avrà conversazioni telefoniche con i rappresentanti di Gran Bretagna, Francia e Italia.

È la riunione di una dirigenza mondiale impazzita.

Se una “Conferenza per la Sicurezza” parla in questo modo, e per di più si svolge a Monaco di Baviera, diventa una brutta evocazione dell’evento anticipatore della seconda guerra mondiale, cioè la Conferenza di Monaco del 1938.

Ma non dovete pensare che la “Conferenza di Monaco” 1938 sia la stessa cosa della “Conferenza di Monaco” 2023: quella era una conferenza vera, questa è una conferenza mediatica.

A Monaco 1938 c’erano i tedeschi, c’erano i loro avversari inglesi e francesi, e c’era l’Italia come una sorta di Stato mediatore; non c’erano gli USA, non c’era la Cecoslovacchia, anche se era l’oggetto del contendere(1).

A Monaco 2023 c’è invece l’oggetto del contendere (Ucraina) a guidare il tutto, ci sono gli USA, c’è la colonia globale occidentale, c’è tutto l’universo mondo (60 capi di governo, 100 ministri della difesa, ministri e rappresentanti vari), tranne chi ci dovrebbe essere; ossia l’avversario: la Russia.

Non si invita “l’avversario”. Ossia si impedisce l’unica occasione in cui l’avversario potrebbe esporre le sue ragioni in una sede semi-ufficiale.

Ad esempio, fu alla Conferenza di Monaco del 2007 che il presidente Putin accusò pubblicamente per la prima volta gli USA di sostenere una irragionevole espansione della NATO verso Est. Accusa quanto mai centrata, come si è visto.

Monaco 2023 non è una Conferenza. È la “Fiera della Guerra” occidentalista.

 

Neoliberismo e pulsioni di morte

È bene leggere e rileggere l’articolo della Capuzzi, per captare il guazzabuglio guerrafondaio che sta animando la dirigenza occidentale. Ed è bene anche pescare dal testo qualche chicca significativa.

Su una cosa, forse l’unica, sono stati tutti d’accordo a Monaco. La guerra in Ucraina va avanti.

Se uno chiedesse: «Perché deve andare avanti?», le risposte sarebbero le solite banalità.

Risposta (a) Perché sostenendo l’Ucraina si sostiene la democrazia.

Falso. L’Ucraina è solo una democrazia formale. È nata dal colpo di Stato del 2014, ha bombardato il suo stesso popolo (le regioni del Donbass), ha reso impossibile qualunque opposizione che non fosse filo-occidentale, ha firmato gli accordi di Minsk e li ha vanificati. 

In Ucraina si è svolto, con le opportune varianti, il “metodo Giacarta” usato in Indonesia nel secolo scorso: prima si mettono a tacere gli avversari politici, poi si vota in linea con gli USA.

Risposta (b) Perché chi invade ha sempre torto.

Falso. Nessuno ha usato questo argomento quando abbiamo bombardato la Serbia e quando abbiamo invaso Afghanistan, Iraq, Libia, Siria.

Risposta (c) Perché la Russia è imperialista.

Falso. L’imperialismo vero è quello della NATO, braccio armato del neoliberismo mondiale. Le azioni della Russia si sono sempre rivolte solo a piccoli territori a maggioranza russa.

 

Il Cremlino, colpevole di crimini contro l’umanità. «Non ci sono dubbi che li abbia commessi», «Ne abbiamo le prove»

Eh, gli eredi di Colin Powell “hanno le prove”.

Le solite prove(tte). 

Ossia le solite bugie mediatiche.

Possiamo escludere che la Russia abbia commesso crimini? No, non possiamo escluderlo. 

Come non possiamo escludere che li abbia commessi l’Ucraina dal 2014 a oggi.

Ma affermarlo in base a “prove” fornite dagli USA è una cosa così penosa che può essere confutata in un solo modo: riproponendo la mitica fialetta di Colin Powell.

«A costo di smuovere le montagne – ha detto la presidente della Commissione –, dobbiamo raddoppiare il sostegno militare a Kiev»

Ecco, per la guerra, e per i miliardi di dollari che si porta dietro, sono disposti a “smuovere le montagne”. Non c’è deficit o debito che limiti l’azione.

Nulla di simile viene proposto quando si tratta di fare il bene dei lavoratori e dei cittadini.

«È tempo di accelerare la produzione standardizzata di prodotti di cui l’Ucraina ha disperato bisogno, in particolare per le munizioni».

La Von der Leyen vuole ripetere il sistema impiegato per i vaccini contro il covid: «Possiamo fare come abbiamo fatto con il Covid: abbiamo convocato le industrie e chiesto loro di cosa avevano bisogno per aumentare la produzione e abbiamo stilato con loro i contratti di pre-acquisto per aiutarli a farlo».

Propone di farlo attraverso il “Fondo europeo per la pace”, per aggiungere un po’ di comicità.

Se qualcuno aveva dei dubbi, vaccini & guerra sono trattati allo stesso modo: neoliberismo, miliardi e pulsioni di morte.

 

Perché l’occidente non può stendere la prima metà della rete

Perché il Filotti, constatate le conseguenze che la faida familiare portava con sé, poteva stendere la metà della rete?

Perché non riteneva di avere alcuna superiorità morale su Ciro della Bruciata. Era certo che, stendendo la prima metà della rete, Ciro avrebbe steso l’altra. Lo riteneva un acerrimo nemico, una persona da prendere a pugni, ma umanamente non diverso da se stesso.

L’occidente invece, pur avendo prodotto un milione di morti nel XXI secolo, continua a essere convinto di custodire dei “valori” che la Russia non possiede. L’occidente si sente superiore. 

E chi si sente superiore, crede che la prima metà della rete consista in una sola cosa: l’avversario deve arrendersi e deve riconoscere la tua superiorità. 

Con questa impostazione mentale, le mediazioni semplicemente non esistono. Chi potrebbe mai mediare tra l’Essere Superiore e l’essere inferiore?

L’occidente si riconosca per ciò che è: un povero mondo, privo di valori, distruttore di popoli, creatore di povertà e di disuguaglianza, protettore della finanza più becera. 

L’occidente si riconosca per ciò che è. Allora forse si accorgerà che può fare un passo indietro e comportarsi come il vecchio Filotti.

Anche perché le cose da fare sono sempre quelle degli accordi di Minsk 2015: lasciare che il Donbass segua il suo destino filorusso. In che modo? Con una forte autonomia? Con una separazione formale? Non lo so.

Per saperlo bisognerebbe sedersi a un tavolo e ragionare.

Poi uno rilegge l’articolo della Capuzzi e, per una mediazione, gli tocca sperare nei cinesi…

 

Fine di “Giulietta e Romeo”

Un appunto finale. Il racconto di Guareschi “Giulietta e Romeo” non finisce come il film. Finisce con il matrimonio, certo. Nasce un bimbo, benissimo.

E così anche questa storia finì come tutte le storie. 

Passarono gli anni e adesso nella rete metallica che divide il podere della Torretta dal podere della Bruciata c’è sempre il famoso buco e un bambino piccolo piccolo si diverte a passare attraverso il buco da una parte all’altra. 

E il vecchio Filotti e il vecchio della Bruciata stanno finalmente vicini l’uno all’altro senza litigare e il becchino dice anzi che non ha mai visto due morti andare così d’accordo.

Il finale è sempre quello. Alla fine Biden, Kuleba, Von der Leyen, Zelensky, e tutta la compagnia di Monaco 2023 saranno in cenere o sottoterra secondo le preferenze. Lì ci sarà anche Putin.

Poi viene il giudizio, singolo. Niente videomessaggi, niente Festival di Sanremo, niente omologazione mentale a reti unificate, niente Conferenze di Monaco a darsi ragione uno con l’altro.

«Verrà un giorno…». Da soli (2). E con tante sorprese.

 

Giovanni Lazzaretti

giovanni.maria.lazzaretti@gmail.com

 

NOTE

  1. L’esito fu lo smembramento della Cecoslovacchia, in alternativa all’inizio immediato della guerra: la Germania annette i Sudeti; l’Ungheria annette territori a maggioranza ungherese; la Polonia annette piccoli territori di lingua polacca.
  2. Anch’io sarò da solo. E spero solo nella Misericordia.

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