Come funziona (davvero) una multinazionale

di Massimo Bordin

Quando si parla di mondializzazione o di mercato globalizzato troppo spesso ci si limita agli slogan, senza che mai i sostenitori pro o contro entrino nel merito della questione. Ciò fornisce alibi e provoca equivoci. Il malinteso più frequente riguarda il commercio, nello specifico l’idea diffusa che i mondialisti siano favorevoli al libero commercio, mentre i no-global non lo siano. Le cose non stanno esattamente così (nè in un caso, nè nell’altro). Per chi contesta aspramente il mercato globalizzato, il succo della questione non sta nella libertà di commerciare e di far circolare i prodotti su scala planetaria, tant’è vero che i beni venivano scambiati tra nazioni anche prima della fase attuale della globalizzazione. Il problema più rilevante consiste nella gestione dell’impresa stessa, che creava storture anche prima, quando era in prevalenza “locale”, e che ora si amplifica a dismisura nel mercato globalizzato.

Le imprese multinazionali, ad esempio, non fanno danni sociali perchè operano in più di un paese con un’organizzazione stabile di produzione e di vendita. Le multinazionali sono strutturate tramite una sede centrale e numerose filiali sparse per il mondo al fine di estendere il mercato e conseguire economie di scala, sfruttando le differenti condizioni produttive nei vari paesi. Ma non è certo da questo che dipendono sofferenze e ingiustizie perpretate contro l’economia  delle nazioni o contro i loro dipendenti. Semmai, le storture dipendono dalla catena decisionale.

Come si prendono le decisioni all’interno di una multinazionale?

C’è una doverosa premessa da fare: le imprese multinazionali sono strutture impersonali. Ciò significa che funzionano perseguendo solo ed esclusivamente la logica del profitto, che è il fine per il quale esse producono e commerciano. Il guaio è che si occupano di perseguire il profitto per il profitto, e non il profitto del Sig. Caio o del Sig. Tizio. La finalità di una multinazionale non ha MAI a che fare con la felicità o il benessere degli esseri umani. La finalità ha a che fare con il profitto di investitori continuamente “cangianti”. Dunque, all’interno di questo tipo di imprese, le decisioni non vengono prese da “una persona” o da “un gruppo di persone”, ma da una realtà metafisica, che – in modo grezzo e semplificativo – chiameremo profitto. Vediamo ora in modo più chiaro chi è alla ricerca di questa fantomatica realtà metafisica che è il profitto.

C’è una tara mentale dettata da stupidità e ignoranza che porta i sostenitori della globalizzazione a pensare che dietro all’impresa multinazione ci sia un grande vecchio, o una famiglia in stile Dinasty o Dallas, che prende le decisioni allo scopo di fare profitto. Questo era vero… PRIMA della globalizzazione.

Nel mondo nuovo, invece, le decisioni all’interno delle multinazionali vengono prese dagli investitori e dalla loro longa manus che è il board. Il board è formato da persone sempre diverse (cambiano con una frequenza impressionante) il cui scopo è quello di far fare profitto agli investitori. Lo schema è talmente teologico che può persino capitare che chi desidera la salvezza della multinazionale operi in concreto per affossarla, e viceversa.

Per favorire le implicazioni del fenomeno, propongo un esperimento mentale.

Fingete di essere i dipendenti di una filiale di una multinazionale. Gli affari della filiale vanno molto bene. Ci sono ordini che si accumulano nella posta elettronica dell’area manager della società. La sicurezza funziona e da anni non ci sono incidenti rilevanti. La filiale anni fa ha subito una ristrutturazione (licenziamenti) e chi è rimasto gode di questo, con benefit maggiorati.  La casa madre organizza eventi di formazione molto apprezzati e festeggia con ricchi premi una cena aziendale annuale, a cui siete puntualmente invitati. Come dipendenti godete di una bonus share: ogni tot di azioni della società che acquistate in borsa ve ne regalano altre. Dai giornali ad un tratto venite a sapere che una multinazionale più grande della vostra sta cercando di “comprarvi”, e finisce per rilanciare continuamente il prezzo delle azioni per assumerne il controllo. Di norma, in occasione di queste scalate societarie, il valore della quota dell’azienda che sta per essere acquistata aumenta di prezzo. Voi non volete l’acquisizione, perchè sapete che nel vostro Paese la multinazionale predatrice della vostra fornisce già il vostro prodotto e in caso di controllo potrebbe eliminare i doppioni e addirittura chiudere la vostra filiale. Voi allora … che fate? State sicuri che comprerete ulteriori azioni, anche in virtù della golden share. Finita la scalata, comunque essa sia andata, probabilmente venderete una grossa fetta del pacchetto azionario, consapevoli che dopo l’agitazione arriva una normalizzazione del prezzo delle azioni in vostro possesso e voi desiderate uscirne in guadagno.

Potrebbe anche esserci il caso – qualora la speculazione diretta non vi interessi – che partecipiate al grande gioco senza nemmeno saperlo, solamente perchè avete affidato i risparmi al promoter della banca, che vi fa prendere parte di questo tramite fondi comuni di investimento.

Ora, supponiamo che accada la cosa più tragica: il pescecane ha mangiato la vostra multinazionale e dopo averne preso il controllo decide di chiudere la vostra filiale per rafforzare l’altra che già aveva sul territorio. Chi ha davvero preso questa decisione? Il board della nuova società? Un ricco signore coi capelli bianchi che si è “fatto da solo” (ahahah)? I vostri vecchi datori di lavoro che hanno calato le braghe?

No! Niet! Nada! None!

A licenziarvi siete stati voi…

O, più correttamente, a licenzarvi è stato “il sistema” di funzionamento impersonale delle multinazionali che con la globalizzazione funzionano solo così, né potrebbero sopravvivere se non funzionassero così.

Siete stati in pieno partecipi della scalata che ha portato al vostro licenziamento perchè la catena decisionale ha come fine il profitto non più del “padrone” dell’azienda, ma di gruppi di investitori, anche occasionali.

Questo esperimento (solo mentale qui, ma molto concreto visto che si realizza quotidianamente) può essere usato anche per i rapporti che le multinazionali hanno col tessuto sociale, con gli stati nazionali, con la salute pubblica, con l’inquinamento, con la legislazione, con le lobby ed il sistema politico. Praticamente il modello economico della globalizzazione non ha un controllo che mette dei limiti. E  non è un modello economico tra i tanti che ci sono, ma IL modello economico per eccellenza. Ecco che si spiega, tra le altre cose, anche la differenza che c’è tra il modello liberale classico – quello di Adam Smith, e quello liberista attuale. Nel primo caso la catena di comando era in capo ad un “padrone”, che poteva ancora prendere decisioni in contrasto col profitto, magari per perseguire i suoi personali valori di riferimento. Oggi non esistono più “i padroni”, nel senso che anche loro devono sottostare ad una logica meccanica di produzione degli utili.

Tratto da:
http://micidial.it/2018/04/come-funziona-davvero-una-multinazionale/

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