LA “DEVITALIZZAZIONE” DEL DEBITO PUBBLICO

di Alberto Micalizzi

Una volta che si comprenda che cosa è il debito pubblico, è possibile trovare soluzioni su come gestirlo senza che rappresenti un gravoso fardello per l’economia del paese.

Riportiamo le interessanti proposte di Alberto Micalizzi, tratte dal suo blog

https://albertomicalizzi.com/

La gestione del problema “debito pubblico” dipende in parte da quali strumenti monetari si intende adottare. Tuttavia, alcuni principi sono propedeutici alle soluzioni monetarie prescelte. Uno di questi riguarda la porzione di debito pubblico che è effettivamente rimborsabile.

Per rispondere a questa domanda occorre prima sgomberare il campo da equivoci e tracciare linee di condotta coerenti con la reale morfologia dell’attuale debito pubblico.

LE STRADE SBARRATE

La strada dell’anatocismo non è praticabile per almeno due ragioni. Anzitutto, è difficile stabilire una data di inizio del rapporto di debito, sebbene qualcuno identifichi nel divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 una data di riferimento significativa. In seconda battuta, il debito pubblico italiano si rinnova mediamente ogni 7 anni, quindi i creditori attuali rappresentano soltanto l’ultimo ciclo di emissione mentre i creditori passati hanno già incassato il profitto dato dall’anatocismo. Dunque, i contratti sui quali eventualmente contestare l’anatocismo sono in gran parte scaduti ed il diritto di rivalsa è ragionevolmente prescritto (qualche eccezione potrebbe derivare dal tentativo di invocare l’anatocismo ravvisando una continuità di rapporto temporale con alcune banche creditrici attualmente in essere, ma è complicato dato che alcune, prima del ’92, erano controllate dallo stesso Tesoro…).

La strada del debito detestabile o odioso è anch’essa impraticabile. A parte i rari precedenti storici che si sono verificati, per lo più connessi a violenti e radicali cambi di regime (come ad esempio il ripudio da parte dell’URSS dei debiti del regime zarista) parlare di debito detestabile vuol dire invocare un debito “reale”, tangibile, intervenuto tra due controparti indipendenti. In realtà, il debito pubblico italiano è stato contratto da una entità contigua nel tempo, il Tesoro, ed è in buona misura “fittizio” nel senso che in parte è stato contratto verso soggetti controllati (pre-1992) e/o è la conseguenza dei Trattati europei (vedi sotto). In tal senso, occorre fare attenzione al fatto che le accezioni “detestabile” ed “odioso” contraddistinguono categorie giuridiche, non etiche.

LA COMPOSIZIONE DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Sulla base dei dati elaborati da Banca d’Italia, a Dicembre 2016 il debito pubblico viene classificato come segue:

CreditoreEuro (Mio)%
Banca d’Italia272.51412,3%
Banche residenti635.52528,7%
Banca Centrale Europea199.6129,0%
Assicurazioni e fondi residenti458.26820,7%
Famiglie e imprese residenti124.9255,6%
Soggetti non residenti527.06623,8%
TOTALE2.217.910100

(dati a Dicembre 2016, fonte: Bollettini Banca d’Italia)

Al fine di esaminare linee di condotta praticabili, propongo di riclassificare i dati suddetti nelle seguenti tre principali categorie: Settore bancario europeo, soggetti residenti non bancari e soggetti non-residenti, tre categorie di debito omogenee rispetto ad alcuni parametri giuridico-economici di grande rilievo.

CreditoreEuro (Mio)%
1. Settore bancario Euro1.106.65149,9%
2. Soggetti residenti non bancari583.19326,3%
3. Soggetti non residenti527.06623,8%
TOTALE2.217.910100%

Il settore bancario dell’Eurozona (categoria 1) detiene la metà del debito pubblico italiano. Si tratta del risultato inevitabile prodotto dall’art 123 TUE comma 1 che impedisce ai Governi di finanziarsi tramite ricorso diretto alla banca centrale. In altre parole, questo debito nasce a fronte di emissione di moneta fiat – creata dal nulla – che la banca centrale ha prestato alle banche commerciali affinché queste sottoscrivessero titoli del Tesoro.

A livello di settore bancario aggregato (BCE + Bankit + banche commerciali) possiamo affermare che la moneta impiegata per acquistare i titoli del debito italiano è in larga parte frutto di nuova emissione. Tale moneta avrebbe potuto essere immessa dal Tesoro sia direttamente con biglietti di Stato che tramite una Banca Centrale ad effettivocontrollo pubblico (come era la Banca d’Italia in passato).

Questo spiega perché il debito pubblico può solo crescere nel tempo, e lo fa sia che l’economia sia in espansione (1981-2004) e sia che l’economia sia in recessione (2007-2017) (vedi grafico sotto). Una crescita costante in valore assoluto , rallentata solo dalle privatizzazioni degli anni ’90 quando fu svenduto oltre 100 miliardi di euro-equivalenti di patrimonio pubblico, tra banche e industria strategica (senza ragione..)

Quanto al debito verso compagnie di assicurazione, fondi, famiglie ed imprese, sia residenti che non residenti (categorie 2 e 3), si tratta di sottoscrizioni di titoli di Stato con ottica di investimento o di gestione della tesoreria. La moneta impiegata in questo caso deriva dalla circolazione secondaria e quindi ha causato al creditore effettive riduzioni del proprio attivo, cioè reali esborsi di cassa pre-esistente all’investimento in titoli del debito italiano (prevenendo una possibile eccezione, chiarisco che ciò è vero anche nel caso, ad esempio, di compagnie di assicurazione che si fossero indebitate per acquistare titoli italiani. Infatti, anche se il debito deriva da moneta scritturale creata dal sistema bancario, la compagnia di assicurazione ha registrato tale moneta come cassa tra i propri attivi prima di impiegarla per investimenti in titoli di Stato – diversamente da quanto fanno le banche – dunque è un vero e proprio investimento monetario).

Dunque, come possiamo gestire il debito pubblico?

LA GESTIONE DEL DEBITO VERSO IL SETTORE EURO-BANCARIO

Per quanto attiene al debito detenuto dal settore bancario dell’Eurozona (categoria 1), questo non è in alcun caso rimborsabile. Manca il presupposto economico prima ancora di quello giuridico. Dal punto di vista economico, infatti, rimborsare questo debito vorrebbe dire annullare una operazione di pura creazione di moneta dal nulla. Sarebbe come ritirare i biglietti di una partita di Monopoli al termine della partita, ma la nostra “partita” non è affatto terminata! In tal senso, il fiscal compact produce esattamente l’effetto di drenare liquidità netta dal sistema ed è altamente recessivo quindi del tutto impraticabile.

Prescindendo per un momento dal problema degli interessi passivi pagati o pagabili (signoraggio), la base monetaria derivante da questa porzione di debito pubblico è stata creata semplicemente dal nulla per consentire gli scambi commerciali all’interno del sistema economico. L’emittente non ha sopportato alcun “sacrificio” per fornire questa moneta e dunque non ha alcuna necessità economica che venga rimborsata (basta chiedere a Draghi cosa accadrebbe se la BCE cancellasse i crediti vantati verso i Governi …la risposta è: NULLA!).

Qui le soluzioni concrete sono varie e, una volta in più, ricordo l’esigenza inevitabile di coniugare qualsiasi proposta di gestione del debito pubblico con quella relativa agli strumenti monetari prescelti.

In primis, si potrebbe trasformare questo debito in uno stock perpetuo infruttifero, lasciando quindi l’ammontare nominale di debito intatto ma senza che maturi alcun interesse. E’ come devitalizzare un dente…il dente c’è ancora ma di fatto è morto. Così il debito si vede ma di fatto non ha vita e non produce più problemi essendo una mera partita contabile.

In secundis, un simile obiettivo è conseguibile mediante una banca pubblica modello Cassa Depositi e Prestiti o KfW tedesca. Una simile banca avrebbe titolo di indebitarsi presso BCE a tassi zero, e lo stock di debito accumulato potrebbe restare fuori dal bilancio del Tesoro, esattamente come accade con il debito della KfW rispetto al debito federale tedesco.

Come dicevo all’inizio, qui si innesta il discorso delle soluzioni e degli strumenti monetari alternativi o complementari all’Euro. Ad esempio, l’idea della “devitalizzazione” del debito si sposa molto bene con l’introduzione graduale di una moneta complementare fiscale, che vada a ridurre gradualmente il fabbisogno di nuova raccolta denominata in Euro, a vantaggio dell’aumento della circolazione della moneta complementare. E’ certamente la scelta meno dolorosa e più praticabile che a certe condizioni potrebbe non richiedere alcuna revisione dei Trattati europei.

Rilevo che queste riflessioni sono assenti tra i fautori del variegato fronte “Euro-exit”. Costoro, infatti, oltre a non spiegare tanti altri aspetti tecnici del problema, intenderebbero convertire nella nuova valuta domestica anche lo stock di debito “fittizio” appena descritto, con il risultato di portarsi dietro un enorme fardello di debito sul quale, a quel punto, le banche creditrici potrebbero paradossalmente invocare il rimborso (per questa ragione ripeto spesso che la realtà è maledettamente più complessa di come viene raccontata nei dibattiti in rete).

LA GESTIONE DELLE ALTRE CATEGORIE DI DEBITO

Per quanto attiene al debito verso i soggetti residenti non bancari (categoria 2), questo va senz’altro rimborsato, magari offrendo alle famiglie l’opzione parziale di una moneta complementare a premio rispetto all’Euro (esempio: 100 euro oppure 105 euro di valore nominale di moneta fiscale), mentre alle assicurazioni ed ai fondi italiani si potrebbe offrire un mix tra rimborso puntuale e sostituzione con titoli a più lunga scadenza, con un piccolo premio o spread di interesse.

Per quanto riguarda infine i soggetti non-residenti (categoria 3) occorre tatto e pragmatismo. Questo debito è rimborsabile perché contratto liberamente tra soggetti indipendenti, tuttavia si potrebbe offrire la scelta tra un rimborso tout-court ed un rimborso ritardato (cd “ristrutturazione delle scadenze”) a fronte di un piccolo premio di interesse, approfittando della favorevole dinamica dei tassi di mercato.

Sottolineo il fatto che questi principi guida potrebbero adattarsi anche al caso del debito dei Comuni, il cui processo decisionale è certamente più agile e libero da compromessi di maggioranze parlamentari rispetto alle scelte del Tesoro (su questo importante aspetto tornerò a breve).

L’effetto netto di questo piano di “devitalizzazione” e contenimento pragmatico del debito pubblico italiano è notevole a prescindere dalla scelta delle alternative di strumenti monetari scelti. Dal punto di vista economico stiamo parlando di un sostanziale dimezzamento del debito effettivo potenzialmente rimborsabile, e di una sua gestione scadenzata nel tempo con conseguente liberazione di quote di avanzo primario e/o margini di deficit di bilancio annuale che vogliono dire denaro fresco da impiegare per politiche di sviluppo economico. Inoltre, a livello di interessi passivi ciò implica un drastica riduzione della spesa per interessi annuale che passerebbe dall’attuale 35-40 miliardi all’anno ad un soglia inferiore ai 10 miliardi.

Tutto ciò crea un importante lasso temporale e libera risorse finanziarie preziose che tuttavia hanno un senso alla doppia condizione che si abbia un progetto monetario alternativo a breve, quale una moneta complementare fiscale (sia del Tesoro che dei Comuni), ed un piano economico di rilancio del Paese attraverso massicci investimenti pubblici e privati, i soli in grado di massimizzare l’effetto di accelerazione sul PIL.

Questo piano potrebbe restituire una crescita del 4-5% di PIL all’anno per i prossimi 5 anni, gettando le basi economiche e industriali per un lungo ciclo di espansione del PIL e dell’occupazione nonché di riacquisizione graduale di sovranità monetaria.

La trappola dell’Euro-sistema, tesa con il trattato di Maastricht, ha avuto come epilogo il Patto di Bilancio Europeo, noto come Fiscal Compact , entrato in vigore il 1 Gennaio 2013, che ha introdotto il principio del pareggio di bilancio come meccanismo automatico di mantenimento dell’economia in uno stato permanente di recessione economica e di deflazione artificiali.

Il pareggio di bilancio

Il pareggio di bilancio rappresenta una tappa decisiva nel processo eversivo gestito dalla Troika ai danni dei popoli europei, dal momento che distrugge la base dello Stato sociale e lo trasforma in una vera e propria società per azioni di ispirazione neoliberista, che non può spendere più di quanto raccoglie dai contribuenti sotto forma di imposte e che deve soggiacere al ricatto dei mercati finanziari e delle agenzie di rating quando si indebita per esigenze di liquidità (vedi Cosa farà il Governo: lo ha detto Fitch).

Il deficit di bilancio è diventato così un anatema, un concetto da demonizzare in nome di un malinteso e ingannevole “pareggio”, che si applica alla sfera privata (famiglie e imprese) ma che non ha mai trovato applicazione alla sfera pubblica.

Uno Stato, infatti, assolve pienamente alla propria funzione sociale di regolatore dell’economia quando immette nel sistema più liquidità di quella che preleva, e la maggiore liquidità immessa è il riflesso dell’aumento degli scambi di beni e servizi e del risparmio privato.

Non è possibile far crescere l’economia e non è possibile che le famiglie accumulino risparmi senza iniettare nuova liquidità in circolazione. Se l’anno scorso abbiamo scambiato 4 mele ad €1 cadauna, potevamo vivere con €4 euro di liquidità. Ma se quest’anno produciamo una mela in più, occorre €1 aggiuntivo per scambiare questa mela (esempio riduttivo ma efficace a fini divulgativi). Lo stesso dicasi con i risparmi.

Ora, nel sistema euro di moneta-debito, tutta la liquidità che entra nel sistema viene contabilizzata come debito. Così è scritto nei trattati Europei ed in particolare nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, art 123/1 e 124). Dunque, il debito pubblico che risulta dalla sommatoria dei deficit annuali non è altro che la liquidità in circolazione, quella che consente gli scambi di beni e servizi e la formazione del risparmio dei privati.

Tant’è che negli ultimi 16 anni, dal 2001 ad oggi, il debito pubblico italiano è aumentato di circa €1.000 miliardi, un importo paragonabile all’aumento della massa monetaria M1 (monete, banconote e depositi a vista) nello stesso periodo.

Equivoci sul debito pubblico

Dunque, iniziamo col dire che chiunque si propone di i) rimborsare il debito pubblico, ii) di ridenominarlo in una valuta domestica o iii) di ridurne la crescita sta legittimando la più grande menzogna costruita sulla pelle di 200 milioni di europei. In tal senso, l’applicazione del Fiscal Compact si tradurrebbe in una sottrazione di liquidità mortale per il sistema economico. Questo spiega anche il motivo per cui il debito pubblico può solo crescere nel tempo, e lo fa sia che l’economia sia in espansione (1981-2004) e sia che l’economia sia in recessione (2007-2017).

Allo stesso modo vanno prese le distanze da chi invoca il debito detestabile o l’anatocismo. A parte l’estrema difficoltà nel provare queste due ipotesi (vedi La ridenominazione del debito pubblico – parte 1), in entrambi i casi si finisce con il legittimare la natura debitoria, quindi risarcitoria, del debito pubblico.

E’ utile enfatizzare che in questo macroscopico equivoco cadono anche quella parte dei “sovranisti” che vorrebbero uscire dall’euro per decreto, ridenominando il debito pubblico in Lire, senza preoccuparsi di affrontare prima la questione della natura “non-debitoria” del debito stesso (tralascio qui il problema giuridico delle clausole di azione collettiva che dal 2013 assoggettano la modifica della valuta di denominazione del debito alla volontà dei creditori…).

Il debito pubblico è la liquidità in circolazione!

Occorre affermare in maniera non equivoca che il debito pubblico corrisponde alla liquidità in circolazione. Pertanto, non può e non deve essere rimborsato in alcuna valuta! Esso deve anzi crescere nel tempo in maniera da consentire maggiori scambi ed il formarsi del risparmio privato, che a sua volta è il presupposto per il formarsi di un sano mercato degli investimenti produttivi anche a beneficio del tessuto aziendale nazionale.

Il debito pubblico per un Paese è come il sangue per il nostro corpo. Durante la crescita, il nostro organismo raggiunge un livello di circa 8 litri di sangue che sono necessari per sopravvivere. Ridurre questo sangue vuol dire indebolire l’organismo fino alla morte. Lo stesso accade con la liquidità ed il debito.

L’intervento che va operato sul debito non è la riduzione ma la SOSTITUZIONE dello stesso con strumenti che pur inserendo liquidità nel sistema non rappresentino debito.

L’introduzione di una moneta emessa direttamente da strutture di emanazione popolare, e/o da enti pubblici che agiscano in nome del popolo sovrano, rappresenterebbe la soluzione radicale al problema. In questo caso, infatti, sarebbe lo Stato, inteso come involucro della comunità popolare, ad emettere direttamente la moneta necessaria ai fabbisogni dell’economia. Ma si tratta di un modello ad oggi teorico utilizzabile come punto di arrivo, non di uno strumento operativo. Gli strumenti devono necessariamente partire da quello che oggi è disponibile e dal contesto di mercato nel quale sei milioni di operatori economici e partite IVA italiani e decine di milioni di operatori europei oggi lavorano.

Dunque, cosa fare del debito pubblico per innescare una “rivoluzione” che conduca alla ricostruzione di sovranità monetaria ed economica?

Debito fittizio e debito strutturale

Il settore bancario dell’Eurozona detiene la metà del debito pubblico italiano (in € miliardi: BCE 200, Bankit 275 e banche commerciali 650). Si tratta del risultato inevitabile prodotto dall’art 123 TFUE comma 1 che impedisce ai Governi di finanziarsi tramite ricorso diretto alla banca centrale. In altre parole, questo debito nasce a fronte di emissione di moneta fiat – creata dal nulla – che la banca centrale ha prestato alle banche commerciali affinché queste sottoscrivessero titoli del Tesoro. Per comodità di esposizione chiamo questa componente del debito “debito fittizio”, in quanto, appunto, meramente funzionale alla raccolta di liquidità da parte del Tesoro.

La restante metà del debito pubblico è detenuta dalle famiglie (130), dai fondi pensione e assicurativi (475) e da soggetti non residenti (550). Questo debito deriva in larga parte dal risparmio, cioè da moneta che esisteva prima della sottoscrizione dei titoli di Stato. Per motivi di esposizione chiamo questa componente “debito strutturale”.

I principi di contabilità internazionale IFRS (International Financial Reporting Standard), ai quali tutti i bilanci – anche quello del Tesoro, della BCE e delle banche dell’Eurozona – fanno riferimento, consentono di iscrivere un credito solo a due condizioni congiuntamente verificate (Conceptual Framework, IFRS, Cap. 4):

  1. La moneta prestata deve essere una risorsa controllata dal creditore come risultato di eventi passati, cioè deve essere pre-esistente rispetto al momento della sottoscrizione di titoli di Stato;
  2. Il rimborso di questa moneta deve corrispondere a benefici economici futuri per il creditore.

Dunque, appare del tutto evidente che la prima condizione sia del tutto assente, dato che – come già ricordato – le banche commerciali partecipano alle aste del Tesoro attingendo in larghissima misura ai conti accesi presso la BCE e accreditati da quest’ultima con moneta fiat – creata appositamente e contestualmente all’atto dell’erogazione.

Anche la seconda condizione non è verificabile, dato che il rimborso dei titoli di Stato non provoca alcuna utilità alle banche creditrici, ma semplicemente l’estinzione del prestito raccolto presso la BCE (in altre parole, la moneta viene letteralmente annullata come accade per il file di un computer).

Dunque, possiamo affermare che le banche commerciali che usano la moneta della banca centrale per sottoscrivere titoli di Stato non possono contabilizzare questi titoli come credito. Di conseguenza, il Tesoro italiano che li emette non deve contabilizzare gli stessi titoli come debito.

A comprova della natura fittizia di questo debito, nel TFUE è scritto che la funzione monetaria è svolta dalle istituzioni dell’Eurozona in via esclusiva per conto degli Stati aderenti. E’ una delega, quindi, non dissimile da quella che era in essere prima dell’introduzione dell’Euro.

La strategia di gestione del debito pubblico

La mia proposta per la gestione del debito fittizio è di sostituire i titoli di Stato detenuti a scadenza dalla BCE, da Bankit e dalle banche commerciali dell’Eurozona con un titolo unico irredimibile (cioè senza scadenza e mai rimborsabile) ed infruttifero (cioè ad interessi zero).

Tale titolo può essere contabilizzato nel bilancio pubblico come “emissione di liquidità” proprio per sottolineare il fatto che tale appostazione contabile sta a fronte della liquidità immessa in circolazione e che non è in alcun modo rimborsabile.

Per quanto riguarda invece il debito strutturale, questo va senza dubbio rimborsato. Si tratta di moneta raccolta da soggetti privati ed istituzionali che hanno fatto uso di risparmio o della propria tesoreria, quindi in entrambi i casi di moneta “pre-esistente” secondo gli IFRS. Su questa componente è opportuno operare due tipi di azioni congiunte:

a) Riduzione della componente di titoli sottoscritti da soggetti non-residenti a vantaggio di quella dedicata alle famiglie ed ai fondi pensione residenti (modello di finanza pubblica adottato dal Giappone). Ciò esalta, in particolare, la funzione di accumulo di risparmio svolta dal debito pubblico;

b) Riduzione dell’ammontare assoluto del debito strutturale mediante inserimento di strumenti di pagamento non-debito quali, ad esempio, i certificati di credito fiscali(CCF) non convertibili, cioè per i quali la pubblica amministrazione non prende l’impegno di conversione in Euro, ma si limita ad accettarli in riduzione degli importi dovuti alla stessa pubblica amministrazione per il regolamento di imposte e tasse future. In tal caso, infatti, l’Eurostat assicura che tali strumenti non vanno conteggiati nel debito della pubblica amministrazione (a mio parere, tali strumenti potrebbero essere contabilizzati dalla pubblica amministrazione come risconti passivi).

E’ importante sottolineare che una strategia articolata di “devitalizzazione” o uscita dal debito richiede un concerto di azioni e di strumenti. Oltre a quanto appena descritto al punto b), una simile strategia trarrebbe notevole beneficio dall’impiego della Cassa Depositi e Prestiti come polmone finanziario, facendola agire da vera banca pubblica che si indebita a tasso zero presso la BCE (TFUE, art 123/2), con ciò fornendo liquidità addizionale proprio nel periodo iniziale di sostituzione della componente strutturale del debito (vedi La CDP come banca pubblica).

Operando questi interventi e applicando le relative rettifiche contabili, l’attuale rapporto debito/PIL dell’Italia si collocherebbe sin da subito al livello del 65% circa, mentre la media del debito/PIL dei Paesi dell’Eurozona scenderebbe a circa il 50% (dall’attuale 90%). Con ciò, particolare non trascurabile, avremmo da subito disinnescato il Fiscal compact (!) ed avviato un processo di riduzione del debito strutturale attraverso i CCF verso soglie fisiologiche di 20-25% che lo rendono del tutto gestibile e funzionale alla formazione del risparmio privato.

Tutto ciò consentirebbe di liberare miliardi di risorse finanziarie all’anno che possono essere spese per innescare un lungo processo espansivo dell’economia in grado di riassorbire la disoccupazione e favorire nel tempo una riduzione delle pressione fiscale.

Oltre a ciò, avremmo rimosso uno dei principali elementi di ricatto nelle mani delle agenzie di rating, rappresentato proprio dalla continua minaccia di taglio del rating, di impennata dello spread e di crisi di liquidità per il nostro sistema.

Avremmo quindi “disarmato” il nostro principale nemico e potremmo iniziare una seria ristrutturazione del Paese e dell’Europa tutta, ivi inclusa la possibilità di recedere unilateralmente dai Trattati Europei.

Alberto Micalizzi

 

Tratto da:

https://albertomicalizzi.com/2017/07/17/la-devitalizzazione-del-debito-pubblico/

e da:

https://albertomicalizzi.com/2018/02/21/strategia-di-uscita-dal-debito-pubblico-parte-2/

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